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Venezia 66. Fuori Concorso "GREEN DAYS" DI HANA MAKHMALBAFQuando avevo dieci anni...di Marco Bellano Il 12 giugno 2009, Mir Hossein Moussavi vince le elezioni in Iran. Per il Paese sembra finalmente concretizzarsi la possibilità di un governo democratico, o quantomeno di un miglioramento dello stato d’iniquità sociale a cui si è giunti dopo quattro anni di governo di Mahmoud Ahmadinejad. L’esultanza della folla è tinta di verde, il colore prescelto dai sostenitori di Moussavi: eppure, con tragica ironia, quello stesso colore si trasformerà presto nell’emblema delle stragi e delle disperate lotte seguita al colpo di stato con cui Ahmadinejad ha annullato il verdetto delle elezioni, insediandosi illegittimamente al potere.
Hana Makhmalbaf, la più giovane della nota famiglia di registi iraniani, porta a Venezia un documento d’inusuale tempestività a proposito di quei giorni di violenza e terrore. Green Days è opera d’alto valore informativo: solo l’antologia di video fatti con cellulari da parte di persone realmente coinvolti nei fatti di sangue di fine primavera renderebbe di per sé il film meritevole di assoluta attenzione. In verità, accanto ai drammatici video amatoriali, Green Days contiene anche dell’altro: e proprio queste “presenze” aggiuntive indeboliscono sensibilmente il lungometraggio, se considerato da un punto di vista strettamente cinematografico. La giovane Hana (classe 1988), indulgendo nella cifra “metanarrativa” che contraddistingue i film dei membri della sua famiglia, sceglie di inserire tra i materiali documentaristici un accenno di traccia narrativa, affidata al personaggio di Ava, sorta di alter ego della regista calato tuttavia nel mondo del teatro. Ava cerca di allestire, assieme ad alcune sue amiche, una rappresentazione teatrale che denunci il disastro democratico in cui versa l’Iran: le manca tuttavia l’ispirazione, non riuscendo ad esprimere in maniera chiara alle sue attrici quali sono le ragioni del suo attivismo politico, e quali sono le speranze che l’elezione di Moussavi potrebbe concretizzare. L’ “inettitudine” comunicativa di Ava, simbolo di un impedimento alla libera espressione che si potrebbe tristemente estendere all’intero popolo iraniano, si esplica in particolar modo nella sequenza dell’arrivo dell’ex-presidente iraniano Khatami in uno stadio traboccante di sciarpe e maglie verdi. Ava vorrebbe rivolgersi a Khatami, per dirgli soltanto: l’ammiro da quando avevo dieci anni. La ragazza, tuttavia, fallirà: e in quel momento finiranno anche le speranze dei suoi dieci anni, lasciando improvvisamente apparire (in una serie di accorati monologhi) l’ombra dei venti, trenta, quaranta, cinquant’anni, che in prospettiva appaiono promettere solo immobilità e desolazione. Ava, tuttavia, sceglie di non cedere. Ecco che allora l’ispirazione mancante viene ricercata scendendo nelle strade di Teheran con una videocamera, a cogliere dalla viva voce delle persone in febbrile attesa del voto i motivi di aspettativa o di disillusione. Sono in effetti queste “interviste”, così come i video da cellulare, i fulcri comunicativi del film, rispetto ai quali la vicenda di Ava appare tutto sommato pretestuosa e, nei fatti sostanzialmente irrisolta (non viene chiarito a quale esito le interviste abbiano portato la rappresentazione teatrale: la sottotrama, semplicemente, si dissolve). Green Days rimarrà senza dubbio documento preziosissimo dell’ennesimo capitolo della ormai secolare tragedia iraniana: pare tuttavia un momento solo interlocutorio nella maturazione stilistica di Hana che, pur con ottime potenzialità, necessiterà certo di ulteriori prove registiche per poter raggiungere una maggiore padronanza formale del linguaggio documentaristico. Titolo originale: Ruzhaye Sabz Nazione: Iran Durata: 87’ Genere: docu/fiction Regia: Hana Makhmalbaf Cast: Ava Nazanin, Niloufar Rezvaneh, Marziyeh Maryam, Asghar Behjat
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