Presentato in anteprima assoluta alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 62 e quindi al Bucheon Fantastic Film Festival 30 nella sezione B-Extreme, PUNK STATE di Loris Di Pasquale, progetto indipendente limitato nel budget ma non nelle intenzioni, si configura come una potente allegoria di un Paese che stenta a riconoscere se stesso

Sette individui di diversa età ed estrazione partecipano a un “evento esclusivo” dietro il pagamento di una forte somma. Il teatro dove detto evento ha luogo è deserto, eccezion fatta per tre uomini mascherati in tenuta antisommossa, ai quali spetta il compito di dare il via alle danze. Esasperato dall’attesa, uno dei partecipanti dà in escandescenze, scatenando la reazione violenta dei tre vigilanti. A turno e con modalità diverse, il pubblico pagante si troverà così a vestire i panni sia di vittima che di carnefice, dando libero sfogo ai propri istinti.

In un panorama nazionale in cui soltanto una ristrettissima selezione di film di genere – commedia in primis – e d’autore – spesso nel senso più autoreferenziale del termine – riesce a ottenere un sostegno economico appropriato e quindi a vedere il buio della sala, il cinema italiano ha da tempo smesso di coltivare un intero filone di cinema politico e di contestazione che non solo ha prodotto i risultati più apprezzati a livello internazionale, ma che rappresentava la piattaforma di un’autorialità genuina, lo spazio negativo dove la settima arte ardiva a mettere in luce la cattiva coscienza della contemporaneità.

Nel suo piccolo, PUNK STATE cerca di fare esattamente questo, ossia imbastire un discorso critico sull’oggi che, evitando di concedere troppo a un voyeuristico épater le bourgeois, rimetta comunque al centro il corpo e le forze che, in un’ottica biopolitica, si prefiggono di controllarlo. Il film, nei suoi soli 73 minuti di durata, è un climax – di Gaspariana memoria nei suoi toni pop, dai colori saturati al suono opprimente – dove l’asticella della denigrazione della dignità umana viene alzata sempre più. Filo rosso delle aberrazioni, recuperando quanto già tradotto in parole e immagini da Pasolini in Salò o le 120 giornate di Sodoma – un omaggio, quello a P. P. P., esplicitato dalla lettura de La ballata delle madri in una delle sequenze finali – è il fatto che i rappresentanti dell’autorità, nella persona dei tre uomini mascherati, siano loro stessi i somministratori dei “veleni” della società che poi deprecano e puniscono.

Così facendo, si può costringere un simpatizzante di estrema destra (Simone Zambelli) a un’iniezione di fentanyl, per poi dargli del drogato e trovarsi in una posizione di superiorità morale da cui far violenza. Allo stesso modo, si può legittimare con l’uso della forza e dell’alcol uno stupro per interposta persona, facendo sì che un marito devoto (Filippo Gattuso) richieda di violare sua moglie (Daphne Scoccia), e perché no anche un’altra partecipante (Alma Noce), per poi guardarlo dall’alto in basso come un pervertito.

Tuttavia, quasi a prevenire un’accusa di spettacolarismo, Di Pasquale preferisce lasciare questi e altri atti efferati fuori campo, delegando all’immaginazione dello spettatore di colmare lo iato tra quanto registrato dalla macchina da presa e quanto i volti e corpi degli interpreti tradiscono.

Di fatto, PUNK STATE vira spesso e volentieri in direzione del body horror, presentando personaggi che sono, nel senso etimologico del termine, maschere di tipi umani i cui modi esagerati si traducono in una altrettanto esagerata viziosità, in modo simile a quanto osservato in The Substance di Coralie Fargeat. Tuttavia, a differenza di quest’ultimo, l’esordio al lungometraggio di Di Pasquale preferisce, ove possibile, operare per sottrazione – si suppone anche per una questione di disponibilità di mezzi – e far sì che l’orrore di e per il corpo trasudi non tanto dalla mutilazione o mortificazione dello stesso, quanto dagli spasmi e dalle espressioni facciali, resi in tutta la loro mostruosità dal comparto attoriale.

Nel complesso, si intuisce come PUNK STATE avrebbe dovuto con tutta probabilità rappresentare un progetto di maggiore portata, lasciando un’impressione di non finito nella misura in cui il regista non riesce a dar corpo a tutti gli spunti che, in termini visuali e di riferimenti culturali, vengono proposti a ogni nuova ordalia.

Resta ovviamente la questione del mancato supporto istituzionale, al quale è lecito imputare questa sensazione di incompiutezza: sensazione che non mina comunque l’integrità dell’operato di Di Pasquale e collaboratori, ai quali va riconosciuto il merito di essere riusciti a realizzare un’opera intransigente nel contesto di un’industria culturale sempre più votata alla mediocrità.