La perdita della memoria, nel protagonista di un romanzo, offre un ingrediente narrativo assai diffuso nell’orizzonte letterario di ogni epoca; l’azzeramento del “chi sono”, nelle sue varianti di rimozione sul breve o sul lungo, proiettano nel lettore il fantasma di un’identificazione sghemba, talvolta inquietante, rispetto a cui il personaggio sulla pagina mette in scena la propria strategia di sopravvivenza, indugiando spesso attorno a un bivio fondamentale: da una parte, la ricostruzione di un’identità provvisoria che tamponi concretamente il vuoto, mettendo in scena l’avventura di un nuovo rapporto col mondo in attesa magari di tornare in sé; dall’altra, il tunnel di un ripiegamento interiore assoluto, veicolando ogni energia e suggestione al disvelamento di un passato ove si dà, depositato e nascosto, il Senso perduto.

Laura Perretti, protagonista del primo romanzo di Sonia Ciuffetelli, Un velo sulla memoria (Augh Edizioni, 2017), si ascrive con decisione alla seconda categoria di combattenti contro gli incerti di un proprio io dissolto; e per rendere al meglio sulla pagina il proprio disorientamento, agganciando empaticamente il lettore a una vera discesa agli inferi, ricorre a un registro di scrittura assai delicato e denso d’insidie; una prima persona narrante che declina al presente, fin dalle prime righe, i sintomi del proprio malessere psichico, concentrando in un unico flusso ogni dettaglio interno di somatizzazione ed esterno di ricognizione indiziaria, alla ricerca di tracce utili. Le incognite, in un racconto interiore in presa diretta volto alla spasmodica ricerca di un ego perduto, risiedono spesso nel dosaggio assai delicato fra sovraccarico emozionale, verosimiglianza dell’assestamento psichico e progressione narrativa; in questo, Ciuffetelli sembra voler lasciare sullo sfondo l’incidenza pure ineludibile di fatti che dall’esterno, seguendo una bussola realistica di cause e effetti, tempesterebbero normalmente la sventurata di stimoli verso un ingombro di rapporti rimasti orfani, magari riflessi nella lente distorta della parola propria; al massimo, di tanto in tanto, qualche squillo di ignoti questuanti e più o meno incazzati sopraggiunge a disturbare l’avventura interiore di Laura, giusto il tempo di spegnere il telefono e tornare nel proprio tunnel d’imperfetta coscienza di sé.

Il fatto è che il rapporto fra amnesia e ricerca del senso, nel libro, scopre un po’ alla volta un contorno etico che sembra alzare l’asticella del simbolico, e trascendere i meccanismi del noir tradizionale verso qualcosa di differente, forse più vicino a un romanzo di formazione. Il dolore di un passato rimosso, il “gomitolo peloso” che preme nella gola della protagonista insinua nel lettore un registro di inesausta tensione, destinata a sciogliersi non per disvelamento indiziario, piuttosto per una parabola di ricreazione interiore. E non a caso l’unica luce in grado di dissolvere le tenebre è affidata, nella seconda parte, all’accensione di un singolare rapporto affettivo, con l’irruzione di un Altro da sé che reca in dote una salutare funzione di “doppio” e un innesco umanamente salutare, per l’attraversamento decisivo di una rimozione più ampia. Un vuoto che mai come oggi, forse, tocca da vicino e drammaticamente il rapporto fra amore e disamore, nella costruzione dell’io e del tu; e che nel romanzo di Ciuffetelli ritrova un “correlativo soggettivo” intrigante, a tratti molto duro e di encomiabile coraggio.