lunedì, Agosto 3, 2026
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“I fiori non hanno le scarpe” di Matteo Vicentini Orgnani

Ci sono storie che, per quanto semplici, restano impresse dentro di noi. “I fiori non hanno le scarpe”, di Matteo Vicentini Orgnani, appartiene senza dubbio a questa categoria. Presentato in concorso nella sezione Focus Nord Est dell’ottava edizione dell’Edera Film Festival di Treviso, questo cortometraggio si distingue per una notevole coesione narrativa, un profondo sviluppo emotivo e una fotografia suggestiva.

Il concetto alla base è, per l’appunto, molto essenziale: rappresentare un’infanzia infelice, fatta di sacrifici, vissuta all’ombra di una figura che è più padrona che paterna e il conseguente desiderio di fuga che tale realtà ispira. La sceneggiatura, scritta a sei mani insieme a Vito e Elena Labalestra, si sviluppa attraverso 11 minuti di corposo silenzio, accompagnati dalle intense e commoventi musiche di Adrian Pereira Oitaven. Il dialogo diviene superfluo di fronte a giornate che trovano densità in paesaggi bucolici, tormentati dilemmi, suoni naturali e dolorose mancanze.

Alex Miotto è il personaggio principale de “I fiori non hanno le scarpe”, un attore alle primissime armi scoperto per caso. Il suo volto è incredibilmente cinematografico, Matteo Vicentini Organi lo sa e sceglie di dedicare a questa innata espressività molti mezzi e primi piani portandoci a provare per lui un forte senso di protezione. Sullo schermo troviamo anche Roberto del Zotto, altro attore non professionista dal perfetto physique du role. Attraversiamo le giornate del piccolo protagonista, sperimentiamo insieme a lui la faticosa gestione della fattoria dove risiede insieme ad una figura adulta, di cui non comprendiamo il ruolo: è forse un padre, uno zio, un padrone, un tutore? Questo non ci è dato saperlo. Conosciamo solo la lacerante assenza che caratterizza l’esistenza del nostro protetto.

Le difficoltà della vita campestre sono alleviate dal costante contatto con la natura, il bambino indugia nell’aia insieme ai suoi amici animali e trascorre molta parte dei pomeriggi in uno sterminato campo di girasoli. Questi fiori così statuari, ben più alti di lui, diventano con il tempo famiglia sostitutiva, con cui si intrattiene giocando a biglie e alla quale dedica i suoi momenti creativi, disegnandoli quasi ossessivamente. Le scarpe lise dalle fatiche giornaliere vengono spesso abbandonate per riportare i piedi (elemento centrale della narrazione) sulla nuda terra, a contatto con una dimensione che gli è di conforto.

Le piccole mani orfane di abbracci toccano superfici familiari, sfiorano i girasoli bagnati dal sole, affondano nel terreno. La natura si fa madre e non matrigna, sostituta di un padre che non esiste; l’orco, di cui non vediamo mai il volto ma solo la stazza, sovrasta il nostro folletto, dominandolo. Questa presenza rozza e minacciosa ci repelle e porta il bimbo a provare un definitivo desiderio di distacco. Ogni sera il mostro fischia e a quel richiamo il ragazzino corre a perdifiato; attraverso riprese cinetiche e febbrili lo vediamo incespicare per non mancare il coprifuoco, quando vorrebbe invece restare nel bosco fatato che si è scelto come casa.

È quando tutto non sembra più sostenibile, quando non c’è più palliativo che riesca a curare il cuore ferito, che il protagonista prende la sua decisione. Le scarpe vengono lasciate alla fattoria, non servono più, occorre trovare delle nuove radici. Per quanto favolistica e illusoria, è la sola soluzione che un bambino possa concepire con la propria immaginazione: smettere di appartenere al mondo degli uomini e diventare un girasole. Perché i fiori, dopotutto, non hanno scarpe.