“BARNEY-BEUYS ALL IN THE PRESENT MUST BE TRANSFORMED” e “VEDOVA MONOTYPES”

Due grandi mostre appena aperte alla Fondazione Peggy Guggenheim di Venezia

Quando Joseph Beuys, l’inventore dell’arte concettuale muore (nel 1986), Matthew Barney non ha ancora venti anni. Questa differenza generazionale non sembra però esistere di fronte alle rispettive opere di questi artisti accostate e contrapposte in una stupefacente mostra “Barney-Beuys all in the present must be transformed” ospitata negli spazi abitualmente riservati alla collezione permanente della Fondazione Guggenheim a Cà Venier dei Leoni.

L’esposizione, visitabile fino al 2 settembre, è stata allestita con opere provenienti quasi per intero dalla Salomon Guggenheim di New York; essa mette in relazione e a confronto la giovane icona del postmoderno americano con l’inquietante personalità dell’artista tedesco uno dei primi a realizzare sculture, performance, installazioni con materiali imprevedibili come il grasso e il feltro. E’ al grasso animale spalmato sul suo corpo quasi congelato (durante la seconda guerra mondiale precipitò con il suo aereo nell’innevata Crimea) è al feltro in cui come una mummia lo avvolsero i nomadi tartari, suoi salvatori, che Beuys deve la vita.

E, quasi a titolo di eterna riconoscenza, questi due materiali insieme ad altri (come la lepre il cervo sempre legati al ciclo vitale che lo appassiona) ricorreranno quasi ossessivamente in numerose sue future realizzazioni. Barney, provocatorio creatore del ciclo Cremaster, cosmogonia genitale sviluppata lungo cinque video, usa come l’artista tedesco i materiali in funzione di metafora, ma predilige il gel di petrolio, la vaselina in tutte le sue possibili combinazioni di colata, materia perfetta per la sua idea di scultura data la sua fluidità e malleabilità che lo assecondano nelle sue realizzazioni. Affascinato dal mondo delle api ruba loro la cera che può fondere e solidificare in base alle esigenze delle sue opere. Ad accomunare gli artisti è lo stesso genio visionario e prolifico, sono l’allegoria e la metafora, il culto per i miti greci e le antiche leggende celtiche, l’audacia delle loro sperimentazioni, ma notevoli sono anche le divergenze, le diversità.

Mentre Beuys appare artista allo stato puro non contaminato da alcuna concessione ai gusti del pubblico o alle esigenze del mercato, né alla piacevolezza, soggiogato unicamente dalla materia grezza che intende domare, Barney più pragmatico, appare abile promotore del suo lavoro, accattivante verso un pubblico che vuole essere stupito senza eccessivi turbamenti, attento alle suggestioni del mercato. Così, mentre l’opera di Beuys (si veda a titolo di esempio “ Pompa al miele sul posto di lavoro”) appare dura, austera, di grande coerenza stilistica, nelle opere di Barney (ad esempio “Chrisler Imperial) si avvertono reminiscenze: accanto al cemento, al metallo, alla gelatina gialla appaiono tele bianche e candido marmo in un contesto espressivo che non rinuncia del tutto all’estetica del bello intesa come gradita all’occhio di chi la guarda. Per entrambi gli artisti fondamentali appaiono poi i piccoli fogli coi disegni dei progetti espressivi che attorniano le opere di grandi dimensioni e aiutano a comprenderne genesi ed evoluzione.

La laguna rende omaggio a Emilio Vedova il grande maestro veneziano scomparso l’anno scorso. Sue opere sono in mostra al padiglione Venezia alla Biennale nella sede dei giardini e a Sat’Erasmo. La Guggenheim si unisce a queste celebrazioni con la mostra “Vedova monotypes”, opere realizzate in sintonia con Sandro Rumney nipote di Peggy entusiasta collaboratore dell’artista veneziano del cui genio sua nonna fu una delle prime estimatrici.

Collezione Peggy Guggenheim
Palazzo Venier dei Leoni
Dorsoduro 701 , I-30123 Venezia
Orario: Apertura 10-18 tutti i giorni
Chiuso il martedì e il 25 dicembre
Informazioni generali:
tel: 041.2405.411, fax: 041.520.6885
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