CONFERENZA STAMPA DI “RED EYE” di Wes Craven

Un regista dall'occhio arrossato ma non stanco

Esce il 21 ottobre in Italia in 200 copie ‘Red eye’, il nuovo film di Wes Craven con Rachel McAdams e Cillian Murphy. Negli Stati Uniti è uscito la scorsa estate ed ha già incassato 60 milioni di dollari. Wes Craven presenta a Roma il suo nuovo thriller psicologico.

Può sembrare un luogo comune o una semplice banalità. Ma quando un regista come Wes Craven si specializza, a livello registico, in un genere ben specifico è come se quest’ultimo lo pervadesse anche negli aspetti più squisitamente futili. Si presenta alla conferenza stampa esattamente come se fosse una leggera estensione dei suoi film più conosciuti (Le colline hanno gli occhi, Il mostro della palude, Nightmare o Scream): poco curato nell’aspetto, una voce inquietante per la sua lentezza e uno sguardo vigile e, nello stesso tempo, sinistro.

Una delle prime cosa da chiedere è, sicuramente, il titolo del suo nuovo lavoro semplicemente perché la visione della pellicola non aiuta a sciogliere il quesito. Perché Red Eye? “L’occhio rosso – spiega Craven – è una tipica espressione americana che si usa quando una persona è molto stanca. In particolare fa riferimento al volo Los Angeles-New York iper-frequentato da uomini d’affari che, usualmente, perdono molte ore di sonno a causa del fuso orario”.

Il lavoro delle riprese è stato molto veloce. I produttori stessi sono rimasti sorpresi di come il film fosse così breve. “Il mio interesse – continua il regista – era quello di mantenere un ritmo sempre incalzante sia nel film che nella lavorazione. Da tempo aspettavo di poter girare un thriller. Appena ho letto lo script sono rimasto entusiasta. Fin dall’inizio è stata una grande sfida. Ero impaurito dal fatto di dover mantenere il pubblico sempre sul filo e dall’idea che i personaggi rimangano, per quasi tutto il film, nello stesso ambiente”.

Craven, sollecitato da una giornalista, riconosce la centralità che la figura femminile occupa nella storia: “Sono cresciuto con le donne. Le adoro. Soprattutto la forza che hanno nell’affrontare le situazioni. Riescono a gestire lo stress meglio rispetto agli uomini. In questo lavoro ho deciso di capovolgere l’elemento classico della damigella in pericolo, fisicamente più debole. Sono certo del fatto che, oggi, le donne abbiano acquisito una maggiore sicurezza”. Con queste parole, il regista di Nightmare sembra quasi giustificare i nodi narrativi del suo nuovo film. “In superficie, infatti, il terrorismo sembra essere il piatto principale. E’ tutto giocato, invece, sul confronto tra i due sessi. E’ un’analisi di una paura emotiva e sensoriale. Gli aspetti maschili e femminili vengono presentati in tutti i risvolti della loro dialettica. Nello stesso tempo, è presente il concetto astratto della maschera che cade continuamente in modo da rilevare facce sempre diverse ed è questo che accomuna le due sfere”.

Craven dichiara, infine, di essere un difensore ad oltranza degli horror. “Ciò che viene trattato in questi film non è così lontano da quello che vediamo in televisione. Trattano di cose vere e continueranno a essere una rappresentazione allo specchio di quello che avviene nella vita reale”. Il regista americano ribadisce questa idea ricordando alla stampa che nel suo Paese esiste ancora una buona fetta conservatrice (non solo di critici) che concepisce l’horror alla vecchia maniera (troppo sanguinolento ed esteticamente brutto). “Il mio incubo ricorrente – confessa Craven – è rappresentato da un uomo inseguito da una centinaia di censori-benpensanti che non fanno altro che ripetere che questa parte non va, questa nemmeno!”. E se qualcuno, ora, forte del trend del momento gli proponesse il remake di una pellicola horror giapponese, in maniera secca, risponderebbe: “Adesso non lo farei perché tutti lo fanno e non amo fare quello che fanno tutti!”.