Claudio Bisio e Francesco Patierno raccontano “La gente che sta bene”

Il cinismo odierno secondo Bisio e Patierno

MILANO – In occasione dell’uscita del film La gente che sta bene, tratto dall’omonimo romanzo di Federico Baccomo, abbiamo incontrato il regista, Francesco Patierno e l’interprete principale, Claudio Bisio, per parlare del loro lavoro insieme.

Claudio, come hai incontrato il regista di questo tuo ultimo film? Come vi siete trovati a lavorare insieme?

“Un anno e mezzo fa, Patierno mi ha dato un libro da leggere, La gente che sta bene di Federico Baccomo e ne sono rimasto fulminato, folgorato dalla scrittura, dalla comicità inusuale, mai scontata, dal tipo di narrativa, molto british direi, con battute ben costruite… Mi sono ritrovato a ridere per delle cose agghiaccianti. E poi volevo interpretare un ruolo mai fatto nella mia carriera”.

Com’è stato dirigere Bisio?

“Claudio è stato bravissimo, un’interpretazione pazzesca, un interprete ideale, che ha dato vita a un personaggio sopra le righe, ma sempre credibile. Curiosamente già nel libro c’era una sorta di predizione-predestinazione, perché a un certo punto, durante una festa, a Umberto, il personaggio di Claudio appunto, viene chiesto da chi avrebbe voluto essere interpretato se avessero fatto un film su di lui, e lui risponde ‘da Claudio Bisio’. Si è rivelato un professionista ineccepibile!”

Il personaggio di Umberto, è uno sbruffone, egoista, non vi pare di averlo reso troppo tenero alla fine?

Bisio: “Su questo c’è stato un dibattito tra di noi. Alla fine potevamo non riscattarlo, come avviene nel libro, lasciarlo in sospeso… Ma in fondo è umano, certo è cinico, ma è una scorza che si è fatto, lavorando in un determinato ambiente”.

Patierno: “E’ più facile lasciare un finale, un personaggio in sospeso, che cercare di ridargli un’umanità che si era perso. E’ una redenzione che viene tirata fuori alla fine.
_ Lasciare un finale sospeso nel film non avrebbe avuto senso, sarebbe stato come dare un pugno allo spettatore, portato fino a un certo punto. Comunque non è proprio un lieto fine, lui cambia, ma non tanto, resta lo sbruffone di sempre… Si allarga il suo sguardo come uomo, ma resta un arrogante. Non è un Paradiso quello in cui vive, forse un Purgatorio…”

Claudio, reciti di nuovo con Diego Abatantuono…

“Con Diego è un piacere lavorare. Siamo al nono o decimo film insieme. Lui è un fratello maggiore, mi ha insegnato questo lavoro. Ci sono delle confidenze, sul set, che mi permetto solo con lui”.

C’è stato spazio per l’improvvisazione o avete seguito rigidamente il copione?

Bisio: “Poche volte mi capita di rispettare così integralmente tutto… Mi sono abituato, con l’esperienza, anche in teatro, a parafrasare, a mettere qualcosa di mio. E anche con questo film c’ho provato, ma non funzionava… Non mi tornava, perché la parola del copione era già perfetta, era sempre la più giusta!”

Da dove nasce l’ispirazione per la sceneggiatura?

Patierno: “Nasce dalla mia attenzione per le serie televisive americane, come Mad Men, Californication, Dexter, esattamente per la drammaturgia delle serie, che sono storie di personaggi… E così anche i miei film. Le serie televisive hanno dei tempi molto lunghi, che il cinema, con i suoi tempi, non può permettersi. La mia è una scelta precisa che non sempre viene colta. Ma io sono deciso in questa direzione, così lo spettatore entra nella testa del personaggio, lo capisce di più”.

Bisio: “Io mi sono ispirato a Ricky Gervais, il personaggio di una serie tv che mi ha regalato Patierno: The Office“.