sabato, Agosto 1, 2026
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Courmayeur Noir in Festival 2005

“Sessions”: mostra fotografica di Daniela Zedda

C’è un vecchio romanzo di Bioy Casares, “L’invenzione di Morel”, in cui una macchina è capace di catturare per sempre l’anima dei soggetti e di perpetuarne la vita all’infinito sotto forma di immagine, al prezzo però della fatale distruzione del loro corpo. Corpi che vengono consumati lentamente, sviliti, svuotati. Bioy Casares, con la forza della metafora, rifletteva sulla civiltà delle immagini, sulla fotografia come dispensatrice di infinite vite illusorie. La nostra identità vive e rivive, si scontra e si confronta con le mille nuove vite che le immagini ci regalano. Come in uno specchio, macchina fotografica imperfetta, dove l’immagine si fissa solo nell’atto del guardare, e poi quando ci allontaniamo resta solo un labile ricordo, impressione sfuggente. Al contrario la macchina fotografica di Daniela Zedda è uno specchio perfetto che individua una porzione di spazio che diventa il cuore del racconto. È lì che si realizza il mistero: il frammento rubato alla vita reale si trasferisce nel mondo delle apparenze ma ritrova della vita reale la sua essenza.

Così l’anima segreta si svela in un bianco e nero rigoroso. Perché quello è il colore del jazz, più nero che bianco. Il nero che si allarga, si espande, pigiando oltre la cornice della fotografia, il nero che si avvinghia al musicista, talvolta fino a cancellarne il volto. Sono riconoscibili i nomi al neon del jazz mondiale, colti in ironiche, concentrate espressioni, oppure fusi – dunque irriconoscibili – col loro strumento. Il nero che si fa ombra: e del resto l’ombra è anche l’anima dell’immagine, e la fotografia è l’impronta di un’ombra rovesciata. (Sergio Naitza)