Tutto inizia dalle pagine di un vecchio numero di Rolling Stone, datato agosto 2010, in cui Tommaso Pincio conclude la sua recensione con la fatidica frase: “Da quanto tempo non leggevamo un romanzo così bello?”.
Già. Touché. Molta buona letteratura, anche contemporanea, è in circolazione. Molti libri ben scritti, molti autori sinceri continuano ad essere pubblicati. Ma spesso la ricerca di un “romanzo così bello”, che sia anche un romanzo nuovo, assume il sapore di una lotta sconsolata, persa in partenza. Un romanzo che soddisfi in tutto: nella scrittura, nella traduzione, nella trama, nell’immaginario che produce, nei pensieri che è in grado di generare nel lettore.
E allora ho seguito il consiglio. La voglia di avere tra le mani “un romanzo così bello” premeva. Ho comprato Homer & Langley, di E.L. Doctorow.
I due protagonisti che danno il titolo al romanzo sono i famosi fratelli Collyer; tristemente famosi, tanto da dare il loro nome ad una sindrome che indica l’accumulo ossessivo-compulsivo di oggetti. È questo il punto centrale della storia, che li porterà alla fine delle loro vite: accumulando oggetti, giornali, spazzatura, scarti di ogni tipo (persino il motore di una Ford nel loro salotto che produceva energia per riscaldarsi), riempirono la loro casa di Harlem nei primi decenni del 1900, fino a venirne soffocati. È un fatto di cronaca, quello da cui parte Doctorow per poi romanzarlo, che nella New York dell’epoca suscitò scandali e polemiche.
I due, di famiglia molto ricca, conseguono studi importanti: Homer è un avvocato, Langley un ingegnere. Tutto precipita, nelle pagine di Doctorow, dopo la morte dei genitori e il ritorno di Langley dalla prima guerra mondiale, che sembra lasciare nella sua psiche delle tracce indelebili di sofferenza e di insofferenza verso l’esterno. E allora i due si rinchiudono nel micronucleo prezioso del loro legame di fratelli: legame rafforzato dalla dipendenza di Homer da Langley, a causa della sua cecità. Il rifiuto verso l’esterno è totale; nella casa non entrano i creditori, che bussano insistenti alla porta, ma nemmeno i raggi del sole: dalle finestre sprangate non traspaiono cenni di vita.
Il richiamo all’accumulo di oggetti e il rifiuto di separarsene sono chiaramente presenti durante la lettura. Ma la profondità del legame tra i fratelli, la dedizione l’uno all’altro, la fame di libertà che Langley difende strenuamente – libertà di auto imprigionarsi, libertà che significa scegliersi la propria libertà -, la dolcezza, la fiducia e l’amore incondizionato tra Homer e Langley fanno quasi passare in secondo piano, nella lettura, il motivo per cui i due diventeranno famosi, ossia la loro casa stracolma di oggetti. È “un romanzo così bello”, questo di Doctorow, perché descrive un rapporto unico, fatto di malattia, e amore, e dipendenza, e idealismo. E lo racconta con eleganza a partire da un fatto realmente accaduto. E usa uno sguardo di tenerezza e di umana compassione, si mette dal punto di vista dei “ridicoli accumulatori”, scegliendo di entrare nei cunicoli mentali e fisici degli “strani fratelli Collyer”.
La casa si trovava all’angolo nord ovest tra la Fifth Avenue e la 128ma strada. I corpi dei due fratelli sono stati ritrovati nel 1947; Langley morì sotto una valanga di spazzatura precipitatagli addosso; Homer di fame. Ora, dove sorgeva la casa, c’è un parco: il Collyer Brothers Park.
E.L. Doctorow, Homer & Langley, Mondadori, 2010, p. 215, euro 19,50






