Un orso da uccidere; un incendio fenomenale; una ciucca di grappa altrettanto fenomenale; un quasi incidente diplomatico con l’Unione Sovietica; e una cella da dividere con la lepre, unica compagna di un anno surreale.
L’anno della lepre è un Into the Wild meno tragico, ma con lo stesso afflato di libertà e di ritorno alla natura. Nel 1975 il finlandese Arto Paasilinna, autore conosciuto per il suo humor, immagina la fuga dalla realtà di Vatanen, un giornalista di Helsinki: al rientro da una giornata di lavoro, il protagonista ha l’improvvisa intuizione di non poter tornare più alle abitudini grigie e deludenti della sua vita. Non sarà una scelta di cambiamento graduale, ma istantanea e totale. Non solo: Vatanen, infatti, troverà la via del cambiamento in maniera del tutto singolare, scegliendo in modo del tutto casuale una lepre come compagna nella sua nuova vita. Una lepre che gli sarà fedele più delle persone che lo hanno accompagnato fino a quel momento.
Sarà una nuova vita nomade, con moglie, amici e colleghi alle spalle. Vatanen verrà in contatto con esperienze di volta in volta diverse che, invece di procurargli timori, verranno accolte con apertura e naturalezza: di capitolo in capitolo di sussegue un numero incredibile di avvenimenti, incontri (anche drammatici) e vicende a tratti surreali che coinvolgono il protagonista in un processo di cambiamento profondo. Sullo sfondo, in lontananza, appaiono i bagliori più o meno intensi del contesto e degli apparati politici e burocratici di un’Europa confinante con il blocco sovietico.
Il legame tra il protagonista e la natura selvaggia della Finlandia si fa sempre più profondo, diventando quasi un nutrimento che rende Vatanen più energico e forte. È il richiamo della foresta che determina le scelte del protagonista; ma questo richiamo lo porterà – alla fine – ad un lungo e estenuante sconfinamento geografico e mentale, che lo priverà di lucidità. E allora il finale diventa, metaforicamente, il culmine amaro di un viaggio anche interiore, che non può non tener conto dei limiti che la natura, questa volta umana – nelle sue strutture sociali e comunitarie -, pone.
La lettura procede scorrevole, solo inizialmente frenata dall’incredulità di fronte alle innumerevoli e stravaganti peripezie di Vatanen. L’anno della lepre diviene man mano sempre più appassionante, facendoci sentire sempre più vicini e solidali al Vatanen “nuovo”: perché diamo istintivamente ragione al suo coraggio (o alla sua incoscienza?) di fronte alle innumerevoli possibilità di cambiamento che in fondo, spesso senza rendercene conto, tutti abbiamo.
Arto Pasilinna, L’anno della lepre, Iperborea, 1994, p. 199, € 11






