Calato il sipario sulla Mostra del Cinema di Venezia, mentre ancora non si sono spenti gli echi di malumori e insoddisfazioni nonostante l’Italia abbia finalmente vinto il Leone d’oro, si lascia campo libero alla musica.
Grazie alla passione, all’ispirazione e alla ostinazione di artisti come il veneziano Claudio Ambrosini anche quest’arte si è vista onorata con una Biennale prestigiosa.
Non è stato facile per il pubblico melomane, appassionato al bel canto e alle armonie classiche entrare in questo mondo ormai proiettato nel futuro grazie a suoni nuovi, inconsueti, bizzarri, alle dissonanze a volte fino all’incredibile e all’incomprensibile.
Come ogni Biennale rispettosa delle sue ragioni sociali, già a partire dagli strumenti, si assiste a nobilitazioni di oggetti, cose che mai ci si sarebbe immaginati potessero entrare a far parte di un’orchestra: il battere di un ferro su un triangolo sonoro, lo scatto di una sedia, lo strofinio di un oggetto stridente su di un altro e via di seguito.
I debuttanti musicisti, giovani aperti ad ogni novità appaiono gli esecutori più convinti anche se il ruolo di qualcuno di loro si riduce a ritmare con un archetto note già proprie dei padri pionieri.
Nel Ghetto di Venezia si respira ancora l’aria culturale ebraica diffusa domenica scorsa –29 settembre – in tutte le comunità ebraiche italiane con la fierezza e l’orgoglio di contribuire allo sviluppo civile e religioso del nostro Paese. Nel bar del Museo ebraico, Ambrosini ci porge la disponibilità e il fluido colloquio amicale, accresciuto dalla soddisfazione di essere anche questa volta ospite della Biennale 2013.
Ci previene subito lamentando che il titolo del suo concerto ripreso dalla stampa non è “Fonofonia” ma “Fonofania”: è un suo neologismo “fania” da epifania (fainomai) o apparizione del suono, il suono che appare e si manifesta come cosa sacra. Il compositore si premura di ricomporre il titolo nella pienezza dei suoi significati: “Fonofania, lallazione per coro di voci bianche e orchestra”. Al pezzo per orchestra il maestro ha voluto aggiungere un coro per bambini per dare l’idea del futuro che illumina il presente. Questi bimbi non li ha voluti porre sulla scena, ma dietro la visuale del pubblico affinché il canto arrivi alle orecchie dei fruitori con più raccoglimento non distratti da curiosità esteriori. Il balbettio dei bimbi di pochi mesi – la lallazione – l’ha voluta trasfigurare in musica per riscoprire i suoni atavici naturali che preludono il linguaggio vero e proprio.
“La mia opera musicale di anni fa Il Killer delle parole si incentrava nella morte delle parole e delle lingue che scompaiono, ora invece mi curo di indagare l’evento originale che precede l’apparizione della lingua”. Ambrosini continua così l’indagine andando all’origine del linguaggio. D’altra parte lo studio delle lingue non gli è nuovo in quanto da nobile figlio veneziano laureato a Ca’ Foscari, le lingue straniere gli sono sempre interessate abbinandole nei suoi insegnamenti nei vari Conservatori.
Ci fa osservare come le note del suo nuovo concerto sono dei flash di suoni, apparizioni brevissime come la luce delle lucciole nella notte ed “è un attimo di emozione intensa per poi rientrare nel mistero dei silenzi”.
A una nostra curiosità sul come gli orchestrali rivivano la sua musica, il maestro ci aggiorna che nel suo studio possiede quasi tutti gli strumenti musicali esistenti e che cerca sempre nuove tecniche nei loro suoni. Con i nuovi orchestrali che incontra in Patria e all’estero egli spiega loro le note che egli stesso aveva scoperto negli strumenti. Il coro delle voci bianche è diretto dal direttore d’orchestra Roberto Abbado, nipote del grande Claudio.
“La novità di questa Biennale Musica – prosegue – sono i tanti giovani musicisti tra cui numerosi gli italiani e tanti nuovi interpreti. Sono felice di commemorare i dieci anni della scomparsa di Luciano Berio, validissimo compositore e mio amico caro. Soddisfatto anche di risentire la musica di Kurtag che mi è sempre stata congeniale e pure quella dell’attuale Leone d’Oro Sofija Gabadajdulina assai vicina al mio sentire perché molto emotiva, di forte impatto specie su temi religiosi come quelli sperimentati nel mio “San Marco”.
Alla nostra richiesta di sue nuove creazioni musicali, risponde che sta creando un pezzo per dicembre richiestogli dalla Fenice di Venezia. Il soggetto saranno le “Alghe” che si aggiungeranno al “Verbario spontaneo veneziano” del 2011. L’Algario” interpreterà i suoni subacquei sparsi nei fondali. “Le alghe – precisa – sono bellissime perché variopinte come i fiori. Così completo il ritratto di Venezia sopra e sotto l’acqua”.





