Cosa offre di nuovo la patria di Forman e Menzel nell’anno domini 2012? Film di notevole varietà, il che testimonia comunque di una cinematografia interessante. La qualità c’è, anche se alcune scelte sono incomprensibili…
Raccogliamo qui insieme delle considerazioni su alcuni film cechi presenti nelle varie sezioni della 47a edizione del festival di Karlovy Vary, in quanto, essendo di casa, i produttori e registi del paese possono approfittare dell’occasione per far conoscere alla critica internazionale l’intera produzione locale dell’ultimo anno e si ha l’occasione per testare la salute del cinema centro-europeo.
Andremo in ordine crescente di qualità, partendo purtroppo proprio dall’inspiegabile film in concorso, Un film polacco. Non si tratta di un refuso: il film di casa che ha avuto l’onore di partecipare alla sezione competitiva principale gioca anzi proprio sulle affinità e divergenze fra i due popoli slavi confinanti, il cui reciproco rapporto sotto alcuni aspetti potrebbe essere paragonato a quello degli italiani con i nostri cugini d’oltralpe: quasi totale incomprensione e una certa antipatia celata da cameratismo… Ma comunque cugini.
A parte gli scherzi, le interrelazioni culturali, gastronomiche, cinematografiche ed ovviamente politiche e linguistiche fra Polonia e Cechia sono numerosissime, tanto da potersi riassumere facilmente in un folto gruppo di stereotipi. Il regista Marek Najbrt fa man bassa appunto di questi luoghi comuni, senza però riuscire a dare un amalgama alle singole osservazioni sparse. Si consideri poi che la frammentarietà del film è sostanziale, essendo esso una sorta di tentativo improvvisato di creare un finto reality, utilizzando in una serie di gag alquanto slegate quattro attori cechi di una certa notorietà in patri, i quali interpretano se stessi e giocano (un po’ confusamente) sul confine fra realtà e finzione. I quattro fingono di voler girare un film su se stessi, poi si mettono effettivamente a girarlo, ma hanno bisogno di un finanziamento, che viene appunto da un produttore di Cracovia ecc. ecc. L’impressione è che i quattro amici, raggiunta una certa notorietà e avendo a disposizione una coproduzione straniera, abbiano voluto metter su una boutade tanto per allontanare la noia. Ma le riflessioni sulla realtà più autentica e la sua “imitazione” hanno bisogno di tutt’altra preparazione filmica e filosofica. Una cosa è certa, se un polacco o un ceco rideranno qui forse dei propri reciproci cliché e dell’autostilizzazione delle star locali, ad un italiano che non conosce queste culture questo film non dirà assolutamente nulla.
Decisamente ben fatto è invece Il corriere, ultima fatica di uno dei registi cechi più continui e affermati, Vladimir Michalek, che ormai da anni stupisce per la sua rara capacità di sfornare opere di qualità che coprono un range stilistico e di generi diversissimo. Si va dalla toccante rielaborazione del capolavoro La luce dimenticata, sorta di autobiografia stilizzata del sacerdote “maledetto” Jakub Deml, al simil-western ceco-polacco Bisogna uccidere Sekal. Ma questo è un regista che ha esordito addirittura osando la rielaborazione filmica di America di Kafka, per cui rappresenta una conferma e non una sorpresa.
Rispetto ad altre sue opere, più riflessive e di ambientazione rurale, qui Michalek sceglie la metropoli cittadina di Brno, capoluogo della Moravia, ed il ritmo forsennato delle corse ciclistiche che i due protagonisti intraprendono dentro e fuori dal velodromo locale. Una di queste corse/scommesse finisce però con un grave incidente che lascia uno dei due amici sulla sedia a rotelle.
A questo punto della storia, invece di sprofondare in uno psicodramma autoreferenziale, Michalek riesce ad amalgamare con sapienza vari registri e diverse storie personali: si va dalla storia d’amore infelice fra lo scatenato Petr e Sarka, ai tentativi del loro amico di convivere con la sua nuova menomazione fisica, a varie vicende esistenziali che assumono profondità con l’andare del tempo, il tutto condito da un’osservazione del sottobosco metropolitano. Invece di finire in un confuso calderone sentimentale però, queste tracce intimistiche sono ottimamente coordinate, dando l’impressione della casualità, della dolcezza e della ferocia della vita vera. Una lode particolare va al montaggio, che contribuisce a rendere estremamente coinvolgenti le scatenate corse in bicicletta su e giù per il capoluogo moravo, e al coraggio di un finale improvviso e drammatico, inaspettato e poco ortodosso, ma mille miglia lontano dal facile happy ending con carrellata sul sole che tramonta…
Abbiamo lasciato per ultima un’opera d’autore di alta qualità, Quattro soli dell’ottimo Bohdan Slama. Egli aveva affrontato con perspicacia e raffinatezza il tema dell’omosessualità repressa nel suo precedente L’insegnante di campagna, ma forse qualcuno avrà avuto modo di vedere uno dei pochi film cechi circolati in Italia nell’ultimo decennio, il suo Una cosa chiamata felicità, che aveva comunque vinto il festival di San Sebastian. Anche questo ultimo suo ottimo lavoro si fa registrare per exploit festivalieri, essendo stato il primo film ceco in assoluto a partecipare al concorso principale del Sundance.
Come nel succitato film di Michalek, anche qui la storia è costruita sul più comune materiale umano: un paio di famiglie con i loro quotidiani problemi, dei trentenni e quarantenni senza arte né parte nella vita, dei ragazzi lasciati conseguentemente a crescere da soli. Slama è uno degli autori di più delicata sensibilità nel panorama ceco, e in questo Quattro soli approfondisce con grazia la sua personale ricerca dell’irraggiungibile felicità su questa terra, condendola con uno speciale afflato interiore, incarnato nel personaggio di Karel, uomo sulla quarantina considerato strambo per la sua fissazione spiritualistica: pietre magiche, ricerca del contatto con la natura e con le sue vibrazioni positive ne fanno una figura a metà fra il santone fallito e la vittima smarrita della modernità post-comunista.
La ricerca, se non della felicità, almeno di un minimo equilibrio interiore è rappresentata con la gentilezza tipica di Bohdan Slama, che ci fa entrare in punta di piedi negli animi dei suoi personaggi, e nel finale si permette un colpo di teatro che lascia il groppo in gola. Forse al momento il miglior regista ceco vivente.






