sabato, Agosto 1, 2026
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“LA BAMBINA, IL PUGILE, IL CANGURO” di Gian Antonio Stella

Un’altra Italia, rispetto a “La casta”

La sindrome di Down è una malattia dovuta ad un’anomalia cromosomica, alla presenza nel neonato di 47 cromosomi invece di 46. Quando Letizia nasce, si scopre che è effettivamente affetta da questo “problema” ma, contro le aspettative di tutti, ciò non sembra essere un ostacolo a che lei e suo nonno, Giusto Babich detto Primo, possano essere felici assieme.

Strana la vita, delle volte: Nora e Giusto (detto Primo per via della passione per la boxe e la somiglianza con Primo Carnera) hanno aspettato a lungo e con trepidazione il momento in cui sarebbero diventati nonni, eppure quella che il medico uscito dalla sala parto reca non è una buona notizia, almeno all’apparenza: la nipotina è down. E’ un colpo sporco, questo pensa Giusto, ma da bravo incassatore si fa forza, si rialza e decide di metterle nome Letizia, a sottolineare la gioia che comunque la bimba gli ha portato. Il resto della storia è un alternarsi di momenti di profonda tristezza (il suicidio di Valentina, la figlia di Giusto e Nora, incapace di accettare la malattia di Letizia e l’abbandono del compagno) ad altri fatti di piccole felicità quotidiane (il nonno, non conoscendo favole della buona notte, racconta alla piccola le storie dei più grandi pugilisti, come li chiama lui, di sempre), fino a comprendere che quella diversità non è più evidente agli occhi dei nonni: Letizia è una bambina, come tutte le altre, anzi, per Giusto è “la più bella di tutte”.

Dopo il battagliero La casta, scritto con Sergio Rizzo, ci si sarebbe aspettato di tutto da Gian Antonio Stella, tranne che un romanzo semplice (che non è sinonimo di banale), familiare, come La bambina, il pugile, il canguro. Le denunce degli sprechi della classe politica italiana lasciano il posto a temi quali la malattia, la ricerca scientifica sulle patologie genetiche (sarebbe bastato sottoporre Valentina ad un’amniocentesi per venire a sapere del problema di Letizia ma il medico che segue la sua gravidanza, obiettore di coscienza, si rifiuta di farla) e la diversità. Diversità non solo tra Letizia e i nonni, o Letizia e gli altri, ma anche tra popoli ed etnie. La storia è infatti ambientata in quella terra di confine che è il Friuli – Venezia Giulia e vari sono i riferimenti alla storia recente di quelle zone: Primo è nato in Istria, quando questa ancora apparteneva all’Italia, quindi, in seguito all’occupazione da parte della Jugoslavia, fugge con alcuni amici. E così, per tutta la vita, è costretto a confrontarsi con la contrapposizione tra il suo sentirsi italiano e quel cognome che termina in “ch” e che alle orecchie dei suoi compagni di infanzia o dei poliziotti che trova alla frontiera, quando decide di fare una gita nella sua città natale, Portole, con Nora e Letizia, suona inevitabilmente croato. L’opera risulta molto più vicina al precedente romanzo di Stella, Il maestro magro del 2005, sempre edito da Rizzoli, nel quale trova spazio la descrizione di un’Italia da poco uscita dalla Seconda Guerra Mondiale, fatta di semplicità e quotidiani eroismi, come quello di un maestro siciliano, Ariosto Aliquò, impegnato a far sì che la cultura non sia esclusivo appannaggio di chi può permettersela, ma anche dei poveri lavoratori del Polesine.

In effetti, l’unico punto di contatto tra La casta e La bambina, il pugile, il canguro può essere ravvisato nella descrizione di due Italie fin troppo differenti, eppure coesistenti: da un lato, quella sprecona, ingorda, insaziabile, fatta di persone dall’egotismo esagerato; dall’altra, quella di Giusto Babich detto Primo, la cui esistenza è completamente al servizio della piccola Letizia.

Gian Antonio Stella, La bambina, il pugile, il canguro, 2007, Rizzoli, 125 pagine, 12 €.