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Postwar. Protagonisti Italiani

Fontana Dorazio Castellani Scheggi Aricò

Cinque artisti per raccontare un momento preciso dell’arte italiana. In quel decennio tra i Sessanta e i Settanta Fontana, Dorazio, Castellani, Scheggi e Aricò elaborano un nuovo linguaggio del colore e dello spazio che avrà risonanza internazionale. La Fondazione Peggy Guggenheim di Venezia presenta “POSTWAR” un’esposizione chiara, accurata e piacevole.

Il periodo del dopoguerra in Italia è stato ideologicamente burrascoso, pittori, critici, intellettuali distinti in due opposte fazioni: realismo e astrattismo. Questa mostra propone una riflessione su alcuni artisti che rappresentavano un’entità a parte, ognuno di loro ha infatti sviluppato una propria personale poetica disgiunta dalle querelle del momento. I “nostri” cinque hanno tuttavia molto in comune gli uni con gli altri, ovvero la passione per una ricerca approfondita sullo spazio e il movimento che si risolve con la creazione di un nuovo linguaggio artistico fondato sul rapporto tra ambiente, superficie e colore. Luca Massimo Barbero, curatore di “POSTWAR”, definisce il percorso espositivo “un racconto, una dedica, una verifica”.

Questo racconto, che si dipana invertito rispetto al normale senso espositivo, inizia con la presentazione di una stanza/scrigno popolata dalle opere del poliedrico maestro Lucio Fontana (1899-1968). Le opere esposte riflettono la sua costante e quasi affannosa volontà di plasmare la materia, incidere lo spazio e frammentare la realtà, tra esse spicca Concetto spaziale (1951) bellissimo pezzo della collezione Schulhof. Il convulso bozzetto medievale, la trasformazione barocca di copie dei piatti Savona in Battaglie di ceramica (1951), così come il divertente assemblaggio di Concetto spaziale, I quanta (1960) esprimono l’estenuante attività del maestro. Fontana è stato di proposito collocato a inizio percorso, perché egli è stato “un padre” per le ricerche artistiche degli anni successivi. Il maestro, grazie alle sue indagini sul movimento e lo spazio, ha prodotto un momento di rottura con la tradizione e conseguente liberazione artistica.

La sala successiva abbandona la monocromia per il trionfo della luce e del colore. Le opere di Piero Dorazio (1927-2005) sono formate da luminose griglie reticolari: esse rappresentano un frammento, un dettaglio che ha la capacità di espandersi all’infinito. In alcuni casi questa struttura, creata dall’intreccio di linee spesse ( Unitas-1965 ) o sottili ( Durante l’incertezza -1965 ), e l’utilizzo di una pittura ad olio pastosa suggeriscono una tridimensionalità dell’opera. Ma è lo stesso Dorazio a sfatare questa idea per esaltare, invece, la bidimensionalità della tela che, per esempio in Marmaraviglia (1962), rende omaggio alla dinamicità delle opere del futurista Giacomo Balla.

Se nella seconda stanza il visitatore resta intrappolato all’interno dei giochi di luce e colore del quadro, nella stanza seguente è l’opera che si protende verso di noi: la tela con tutte le sue spigolosità e sporgenze espande la propria superficie nello spazio. L’artefice di questi monocromi blu, rossi e bianchi ( le cui punte emergono come marchio inconfondibile ) è Enrico Castellani (1930). L’artista vuole trasmettere la percezione dello spazio al visitatore, il protendersi dell’opera nell’ambiente come in Superficie angolare rossa (1961) sviluppa una tematica necessaria per l’artista dato che “Lo spazio ci preoccupa in quanto ci contiene”.

La visita prosegue con un omaggio a Paolo Scheggi (1940-1971), artista la cui genialità si avverte appena entrati nella stanza a lui dedicata. Le Intersuperfici di Scheggi sono solitamente costruite su un’accesa monocromia, sulla sovrapposizione di tele e la presenza di aperture ellittiche sulle superfici. Il rapporto che si instaura tra opere e spettatore è di tipo contemplativo, queste tele generano costanti riflessioni. In Intersuperficie curva dall’arancio (1969) la dinamicità delle forme, la fuga dello sguardo all’interno dei diversi livelli dell’opera e il colore acceso incantano: l’opera è stata costruita con un’abilità da artigiano ormai perduta, e proprio per questo più sentita. Questa esposizione rappresenta anche l’occasione per mostrare Intersuperficie curva bianca “zone riflesse” (1963), opera donata dalla famiglia Scheggi alla Fondazione Peggy Guggenheim che potrà quindi aggiungere alla collezione il lavoro di un artista che ha colto lo spirito del proprio tempo in modo originale.

La mostra si conclude con due sale dedicate a Rodolfo Aricò (1930-2002). L’artista delle shaped canvas (tele sagomate) racchiude la sua ricerca all’interno di forme curvilinee, costruzioni primarie oscillanti tra opera d’arte e oggetto, che suggeriscono la potenzialità dello spazio all’interno dell’opera. Lo studio di Aricò si svolge a ritroso nel tempo, dalle avanguardie del Novecento fino alle prospettive di Paolo Uccello. L’artista diventa costruttore dello spazio, crea forme geometriche alle quali dona vitalità attraverso il colore. È singolare come proprio queste opere, apparentate con il minimalismo in voga all’epoca, nonostante la ricercata essenzialità delle forme riescano ad esprimere un tocco di poesia. Il concepimento dell’arte attraverso la fusione di razionalità e sensibilità dimostra come questi artisti italiani abbiano contribuito allo sviluppo delle nuove linee di ricerca senza perdere di vista un tocco di classe ed eleganza.

“Postwar. Protagonisti Italiani”
23 febbraio – 15 aprile 2013
A cura di Luca Massimo Barbero
Collezione Peggy Guggenheim
Palazzo Venier dei Leoni, Dorsoduro 701, Venezia
Orario:
Apertura 10-18 tutti i giorni
Chiuso il martedì
Biglietti:
Adulti: 14€
Biglietto convenzioni: 12€
Senior oltre i 65 anni: 11€
Studenti fino a 26 anni: 8€ (oltre la scuola dell’obbligo con una tessera studenti valida)
Bambini fino a 10 anni, soci: gratuito
Informazioni generali:
http://www.guggenheim-venice.it
Tel: 041.2405.411
e-mail: info@guggenheim-venice.it