Sbalordita, portata ineluttabilmente a ripensare ai suoi ideali come ai propri linguaggi, perfino alle sue tradizioni: l’arte visiva, dopo il fatidico 11 settembre 2001, si risveglia sgomenta dall’inconcepibile violenza di un’aggressione rivolta al cuore dei valori occidentali, ed è ora ripiegata su se stessa in una sorta di autodifesa di stampo conservatore. Conoscenza e storia diventano dunque dei patrimoni da difendere, e non più roccaforti da conquistare, come hanno tentato di fare le varie avanguardie e neo-avanguardie.
Attualmente non c’è da opporsi a dei regimi totalitari, come quello dileguatosi dopo la caduta del muro di Berlino, bensì c’è da custodire le conquiste acquisite di fronte alle minacce di un avvenire ancora più tetro del recente passato. Un futuro che “ci assale alle spalle”, come scrive Demetrio Paparoni, curatore assieme a Gianni Mercurio di Timer 01: Intimità/Intimacy, titolo emblematico della nuova mostra della “Triennale Bovisa” che si propone di esplorare ricerche, tendenze, forze e debolezze dell’arte dopo l’11 settembre, interrogandosi sullo spazio interiore del nuovo contesto sociale che si è creato successivamente all’attentato alle Torri gemelle, cercando di comprendere il rapporto con la trascendenza, considerata sia sul piano individuale sia collettivo.
In Intimità/Intimacy è affrontata la tematica della connessione con la consuetudine e quella dell’accavallamento dei linguaggi e delle culture diverse, soggetti non nuovi in campo visivo, ma che si prospettano ora accresciuti, evidenziando – seppure nella sua complessità e contraddittorietà – le profonde implicazioni che il fenomeno assume sul piano spirituale.
Negli ampi, quanto accoglienti spazi della nuova “Triennale” sono installate circa duecento opere di ben settantotto artisti provenienti da tutto il mondo, alcuni ormai famosi al pubblico – Damien Hirst, Anish Kapoor, Marc Quinn -, altri invece semisconosciuti, come Valerio Carruba, il più giovane dei sette italiani presenti. Com’era prevedibile, fra i pezzi esposti non vi è un’unica direzione predominante: la tutela della propria identità storico-culturale concerne tutte le forme espressive elaborate nel corso del secolo, dal “ready-made” alle “installazioni”, dai “video” alla pittura, che sta ritornando di moda e per la quale Paparoni non nasconde una certa preferenza: “Nel momento in cui le forme di rottura sono diventate la norma” spiega “alla pittura si sono aperti nuovi spazi, persino più avanzati. Non a caso la mostra si apre con tre grandi quanto incombenti tele di Jenny Saville che mettono in primo piano il sesso, la malattia e la deformità: la Cieca di Napoli coniuga il simbolismo visionario e allucinante di Brueghel con le pennellate di De Kooning.”
Il percorso espositivo è frenetico proprio come lo è la vita odierna: si passa dalle enormi opere di Jenny Saville, Atonement Studies, Work in Progress, 2005/2006 – nelle quali si rilevano il dolore e la sofferenza, la nudità e il disorientamento -, fino ad un semplice sacco a pelo abbandonato a terra, lasciando libero il visitatore di poter immaginare un corpo ripiegato su se stesso – simbolo paradigmatico della ghettizzazione e del senso d’abbandono nella società attuale – di Gavin Turk, Nomad, 2002. Per spingersi poi a valutare seriamente le accuse sulla violenza e sulle sevizie, che sembrano quasi avventarsi sul pubblico, come nella sequenza d’immagini di corpi mutilati nella “installazione” di Thomas Hirschorn 4 men, 2006, ed ancora nei fotogrammi di Wang Qingsong, Vagabond, 2004, dai quali emergono la condanna del sistema capitalistico e lo sfacelo della attuale comunità cinese, giungendo così alle “immagini-video” sulla segregazione di Regina Josè Galindo, Peso, Four Days linving with the chains, 2006. Osservando i teschi in ceramica, cosparsi d’oro, di Liu Ding, Power II, 2007, le donne prostrate a terra di Gregor Schneider, Frau, 2005, e i “cadaveri viventi”, visi umani sottoposti ad una vivisezione fatta ad arte da Valerio Carruba. Pervenendo in questo modo all’acuta percezione degli “psicodrammi” e delle angosce del XXI secolo: i timori per le sorti del pianeta saturo d’incoerenze. Un mondo ridotto alla sete, come si nota nella raffigurazione di Lucy & Jorge Orta, Ortawater Glacier Unit, 2005.
Un globo perennemente conteso, una terra di tutti e al contempo di nessuno, come dimostra Mark Wallinger con le sue tre coppie di pannelli ripiegabili -incernierati in sei unità – che effigiano alcune città divise: Gerusalemme, Famagosta e Berlino in Painting the Divide, Jerusalem/Fanagusta/Berlin, 2005. C’è per fortuna anche chi usa l’umorismo come Erwin Wurm, che per contestare il pingue consumismo della società si ritrae nelle fattezze di un pallone gonfiato, ma dopo aver inghiottito il mondo in The artist who swallowed the world, 2006. E chi amalgama il dramma con l’assurdo, creando un universo fatto di cartapesta per occultare e/o rivelare pièce psichiche e crisi d’identità, come fa Ryan Trecartin nelle sue farsesche “installazioni-video”. Un globo terrestre sofferente denunciato, sviscerato, ma anche disdegnato alla caccia di un Paradiso perduto -tanto per citare il poema biblico/religioso di John Milton – come si osserva nella natura inviolata ritratta da Ross Bleckner, Meditation, 2006, e nei siti domestico/familiari di Enoc Pérez in The Secret, 2001, Empty Drinks, 2002. Un mondo incerto e diviso fra realtà e finzione per Sharon Lockhart in Maja and Elodie, 2003, e negli episodi di vita quotidiana presso gli hinterland statunitensi di Gregory Crewdson, con i suoi interni claustrofobici, in contesti al limite del preziosismo, in Untitled, 2002. Non mancano le immagini rincuoranti di Don Brown in Yoko XII Twin, 2004, Yoko VII, 2002, e gli universi intimi, quanto metaforici, come per la camera da letto di Peter Wuthrich, Untitled Story, 2007. Nei semplici ritagli di vita di Marta Dell’Angelo, La Conversazione, 2006, e nelle asserzioni ottimistiche per il prossimo futuro di Vibeke Tandberg in Undo, 2003, in cui l’artista si auto-ritrae in tutta la dignità e la fermezza di ritrovarsi madre. Sì, ci vuole coraggio, poiché in questo pazzo mondo si fluttua nell’incognito, come accade con gli ometti sospesi nel nulla nella proiezione di Daniel Canogar intitolata Loop of Faith II, 2004, o si scopre il distacco non quantificabile fra l’io e l’alter ego, come fa Anish Kapoor in Vertigo, 2006. Oppure si scompare, come in Broken Mirror, 2005, di Leandro Erlich, uno specchio che riflette di tutto, meno che l’immagine di chi gli è di fronte: si sta forse per diventare invisibili? O rappresenta una metafora sulla separazione dell’ego da un pianeta frantumato? What Am I Doing Wrong, 2005, come fa comprendere Douglas Gordon con un “self-portrait” in più scatti che indica alla sua maniera la corruttibilità dell’essere nel mondo. Che non è certamente un panorama, come dimostra la “video-installazione” di Masbedo, intitolata appunto Il Mondo non è un Panorama, 2006.
Gianni Mercurio ha scritto: “C’è un aspetto che balza subito agli occhi, ogni qualvolta si viaggia in qualche paese che non faccia parte del primo mondo. La gente. Sì la gente: per le strade sorride, nei rapporti vis-à-vis vuole conoscere l’interlocutore, pretende di sapere la tua identità, si interessa alla tua famiglia, ti tocca (in ogni senso), si commuove e ti commuove. Insomma, può essere estrema, forse, ma mai indifferente. L’esatto contrario di quanto accade nelle grandi città del nord del mondo, a Londra, a New York, a Parigi. Negli sguardi degli abitanti del primo mondo si è distesa come una sorta di coltre, che rifrange con indifferenza ogni richiesta degli altri. Le metropolitane sono emblematiche: come enormi ascensori sotterranei, gli sguardi si scivolano addosso. Perché questo? Come è potuto accadere che l’uomo occidentale si rinchiudesse sempre più nel proprio guscio psichico, timoroso anche solo delle parole dell’altro? Molta arte di oggi si confronta con questi temi, in un certo senso l’artista occidentale è come chi vuole conoscere l’identità dell’altro per creare un punto di contatto: l’arte è ricerca di una lingua comune.” Questo è il contenuto di Intimacy: l’arte deve poter far riflettere, deve “colpire” la gente. Alcune opere della mostra sono molto intense, come lo è la riflessione di Demetrio Paparoni: “Nelle immagini delle torri in fiamme convive la bellezza del paesaggio metropolitano e l’orrore della tragedia, c’è dunque in esse un’idea di sublime. Espressione di una violenza dell’uomo sull’uomo, confermano che non c’è innocenza nel genere umano, alimentando in chi le guarda un desiderio di riscatto morale.” L’imprevista e clamorosa guerra cultural/religiosa, resa manifesta dopo l’attentato dell’11 settembre ha, di fatto, incentrato la tematica del linguaggio artistico sul superamento delle sue contrapposizioni ideologiche.
La rassegna visiva si pone senza dubbio fra le iniziative più importanti, degne d’attenzione, quanto ambiziose, mai realizzate a Milano nel circuito artistico contemporaneo. L’artista ha oggi non solo la possibilità, ma il dovere morale di esprimersi e di continuare a riflettere, soprattutto sugli orrori e le tragedie contemporanee.
Novità della mostra è l’orario prolungato, fatto abbastanza insolito per Milano: tutti i giorni fino a mezzanotte. Con la speranza – o illusione? – di attrarre nella seducente, ma lontana Bovisa, più pubblico di quello che ha visitato la recente mostra di Hans Hartung.
“TIMER 01: INTIMITÀ/INTIMACY”
A cura di Gianni Mercurio e Demetrio Paparoni
Milano, “Triennale Bovisa”
Via Lambruschini, 31
Dal 30 marzo al 10 giugno 2007
Tutti i giorni dalle ore 11.00 alle ore 24.00
Chiuso il lunedì
www.triennalebovisa.it
www.triennale.it






