Tutti i vincitori della 67. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venenzia

Un bilancio dell'Edizione 2010

Spavalda e in controtendenza di fronte alla crisi economica che attanaglia l’Italia, la 67. Mostra del Cinema di Venezia, si è presentata opulenta di opere, varia nelle molteplici proposte, onorata da illustri presenze, audace, nell’autoproclamarsi la prima e la migliore rassegna del settore con buona pace dell’eterna rivale Cannes. Sono state, infatti, oltre 80 le opere provenienti da 34 Paesi, 39 delle quali in prima mondiale, disseminate fra le quattro sezioni ufficiali già presenti nelle passate edizioni. A dirigerla è stato riconfermato Marco Muller, il quale, visti i successi delle sue precedenti direzioni, ha di nuovo proposto schemi, formule già collaudate, compreso il famoso film a sorpresa rivelatosi spesso uno dei premiati. Si è tornati anche nelle vecchie sale visto che i tempi di realizzazione del nuovo palazzo del cinema si sono ulteriormente allungati. Novità significativa è stato l’elevato numero di opere italiane, sparse fra film in concorso e sezioni minori.

Come ormai d’obbligo, a Mostra conclusa, si cerca nel mare di opere presentate un filo comune capace di caratterizzare questa 67° edizione. Se dall’Oriente sono giunti per lo più i prevedibili film di azione e violenza spesso inquadrati in lontane epoche storiche – 13 Assassins di Takashi Miike – su samurai vendicatori di soprusi e violenze, o Detective Dee and the mystery of Phantom Flame di Tsui Hark, su di una antica imperatrice reggente dell’impero celeste e spettacolari scene di incantesimi e maledizioni, non sono mancate opere giocate sullo stesso registro delle cinematografie occidentali come Norvegian Wood del giapponese Trn Anh Hung sul disagio sentimentale ed esistenziale di una giovane studentessa.

E’ questo uno dei punti comuni a tante opere in concorso da Black Swan di Arnofsky, dove una ballerina classica si perde fra ambizione, competizione estrema, incapacità di trovare un equilibrio affettivo da lei scambiato con erotismo, cifra dominante in quel mondo in apparenza così etereo, oppure Somewhere commedia ben riuscita sulla vacuità di una vita di attore di successo incapace di gestire rapporti d’amore con la figlia evanescente e perso fra dissolutezze inappaganti. Virano invece sul patologico altre opere ossessivamente concentrate sulla ricerca di una sessualità estrema, disturbante come Promises written in the water di Vincent Gallo, regista interprete di un fotografo irritante nella sua versione particolare e fissa del binomio amore e morte, mentre in Attenberg di Athina Tsangari eros e thanatos duellano in piatte scene ripetitive nella speranza che sia il sesso a sconfiggere la morte.

Per fortuna numerosi altri film sia in concorso che in altre sezioni dibattono su contenuti più alti allungando lo sguardo sulla storia, sia nazionale come l’interessante e interminabile Noi credevamo di Martone che indaga sull’inquieta Italia risorgimentale e sul faticoso formarsi dell’unità nazionale attraverso le vicende di tre ragazzi napoletani, oppure lo straordinario Le Fossé del regista Wang Bin presentato come film sorpresa. Racconta un evento della memoria storica collettiva del popolo cinese attraverso la rappresentazione di tre mesi di sopravvivenza in un campo di lavoro, di alcuni intellettuali sottoposti a un duro regime di rieducazione perchè considerati reazionari. Più di tremila cittadini furono condannati ai lavori forzati nel campo di Jabangoiu nel deserto del Gobi, arido e sferzato da venti gelidi. Racconto estremo sull’impossibilità di sopravvivenza fra freddo, malattie, fame in trincee scavate sotto terra Film durissimo e compassionevole girato con lo sguardo asettico da documentarista ma forse proprio per questo di grande impatto emotivo.

Il Post mortem di Pablo Larrain guarda da una prospettiva insolita il golpe cileno del ’73. Attraverso la storia di un funzionario statale addetto alle autopsie, si rivivono i giorni tragici e sanguinari del colpo di stato fino al momento altamente emotivo dell’arrivo, sul tavolo anatomico del corpo di Allende, sezionato con una crudeltà scientifica che fa da molla a uno scatto di ribellione e rivolta di medici e infermiere che ne riscattano la dignità e ne segnano la morte. La dolorosa e tragica storia di amore vissuta in parallelo dal protagonista fa da controcanto alla tragedia nazionale in un innesto funzionale, mai melodrammatico. Lo sguardo freddo e implacabile con cui gli eventi sono ricostruiti in una atmosfera cupa giocata sui toni del bianco e nero danno al film uno spessore degno di nota.

Il corpo forzato, estenuato (Black Swan di Arnofsky) con cui il concorso maggiore è partito fa da annuncio a un altro costante protagonista di questa edizione, cioè il corpo sia maschile che femminile. Corpo straziato e autoflagellato di una adolescente sconvolta dalla propria sessualità – Norvegian Wood di Tran Han Hung – corpi oltraggiati dall’odio politico (Post mortem di Pablo Larrain), scrutato indagato dall’occhio indiscreto della macchina fotografica (Promises written in the Water di vincent Gallo), corpi violati e forzati ad un erotismo estremo come moderna educazione sentimentale (Attenberg di Athina Tsangari), corpo profanato da viva e da morta per farne esperimenti scientifici Venus Noire di Kechiche -, film estremo su di una donna messa alla gogna per una diversità anatomica e per la sua razza, esposta come una bestia al circo nell’Inghilterra prima e nella Francia poi, di due secoli fa), corpi anorressicio o bulimici – La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo, per raccontare la desolazione e l’orrore dei sentimenti nelle famiglie di due adolescenti segnati ciascuno da un tragedia infantile, film capolavoro per alcuni, presuntuoso e melodrammatico e confuso per tanti altri.

In questa mostra di buon livello per quanto riguarda le opere presentate, è mancata l’allegria e la festosità che dovrebbe accompagnare questo evento e anche la proclamazione dei vincitori non ha innescato particolare ansietà o attesa , se si eccettuano ovviamente i diretti interessati per i quali un premio in questo festival rappresenta un effetto promozionale enorme.
Leone d’oro viene proclamato Somewhere diretto da Sophia Coppola, premio pronosticato da pochi in quanto la grande maggioranza di critici e pubblico considerava di gran lunga migliori e nuovi come linguaggio narrativo, Le Fossé di Wang Bing, oppure il bellissimo e nuovo Post mortem di Pablo Lorain.

Leone d’argento Balada triste de trombeda di Alex de la Iglesia, forse perché sullo stesso registro espressivo di Tarantino con le sue estreme scene di violenza.
Premio speciale della Giuria a Essential Killing di Jerzky Skolimowski film che vede premiato con la coppa Volpi maschile l’interprete, Vincent Gallo per l’innegabile bravura con cui ha saputo rendere il talebano in fuga, assassino spietato per garantirsi una sopravvivenza impossibile in una terra desolata e inospitale del Nord Europa dove era stato deportato.
Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Ariane Labed la tormentata protagonista di Attenberg di Athina Tsangari persa fra eros e morte.
Si aggiudica il premio Mastroianni come migliore attrice esordiente Mila Koonis interprete di Black swan di Arnofsky.
Il complesso dei premi sta a dimostrare lo sciovinismo esasperato di Tarantino e la sudditanza dell’intera giuria nell’assecondare le sue scelte. Del tutto ignorato e a torto la filmografia italiana esclusa in toto da ogni riconoscimento.