È crudo e conturbante il primo lungometraggio di apertura della settima edizione dell’Edera Film Festival 2025, “Il canto di Alina”, una sorta di road movie indipendente in cui i protagonisti affrontano le loro paure. È la storia disperata di soggetti che vivono ai margini e che sono costretti all’invisibilità per sopravvivere, che con coraggio affrontano le avversità e ritrovano la speranza di una vita migliore.

Il film è l’esodio delle due registe e sceneggiatrici Ilaria Braccini e Federica Oriente fondatrici del Collettivo Oxymoro Creative Studio, un gruppo di giovani vivaci e intraprendenti che hanno portato sullo schermo un tema all’apparenza un po’ banale ma molto ben sviluppato, adottando uno stile realistico e a tratti documentaristico. Il progetto dal budget molto ridotto girato in appena 13 giorni (lavorando però appassionatamente per 18 ore al giorno) nasce come tesi di laurea in Design che poi diventerà lungometraggio grazie alla vittoria di un bando.

Il collettivo è partito da un’idea iniziale: “una prostituta dell’est europeo in fuga dai suoi aguzzini rapisce un tassista per farsi portare via”, ed è riuscito a concretizzarla grazie all’incontro con diverse associazioni che si occupano di gestione e assistenza dei clandestini. Questo approfondimento per nulla scontato in questi tempi di fiction superficiali e produzioni dozzinali, ha dato origine ad un opera di crescita e formazione, molto grezza e materica dallo stile libero ed indipendente che è una ventata d’aria fresca nel panorama del cinema italiano. La sceneggiatura è semplice ed essenziale con pochi dialoghi e molti primi piani. Alla camera c’è l’esordiente Denis Shalaginov che segue gli attori, li marca stretti, sembra addirittura che invada il loro spazio vitale, non cercando l’estetica ma inseguendo la natura istintiva e animale dei personaggi. Terra, bosco, sporco, umidità, bisogni, fame, freddo, sangue. Un susseguirsi di immagini e situazioni che catturano fin da subito lo spettatore e che lo immergono nella dura realtà della clandestinità. Il cast è minimale soprattutto per questioni di budget ed è composto prevalentemente da attori non professionisti. Caterina Truci ha il ruolo principale di Johana, è una giovanissima attrice milanese che è pura energia, ed è affiancata dall’attrice e modella moldava Adriana Papana. Per prepararsi per le parti le due ragazze hanno instaurato una sincera intesa che si percepisce anche nel film, Adriana ha addirittura insegnato il moldavo a Caterina. L’unico attore professionista è il docente Cristiano Caldironi che interpreta il sensibile tassista friulano Lorenzo, compagno di viaggio di Johana, che innamorato del progetto dichiara di essersi entusiasmato e realizzato.

Il canto di Alina” è un’opera corale nel senso che si è attuata grazie all’umiltà e alla voglia di fare e migliorare del Collettivo Oximoro, una squadra assolutamente vincente che ha lavorato molto bene insieme e che ha collaborato con grande libertà ed efficenza. Da grande amante dei film indipendenti mi auguro di vedere presto altre pellicole valide come questa, sono convinta che il cinema italiano ne abbia bisogno.