Per la prima volta in Concorso al festival che ne ha visto il battesimo e la maturazione autoriale, Ali Asgari presenta Kami nour (A Bit of Light), opera che in appena 90 minuti racconta degli ordinari atti di resistenza che, anche nei tempi più turbolenti, fanno sì che la vita continui.

Radiato dall’ordine dei medici per aver prestato soccorso a dei manifestanti feriti, Arash (Misagh Zareh, recentemente protagonista del premiato a Cannes 77 Il seme del fico sacro) sta per imbarcarsi in un viaggio senza ritorno. Intenzionato a lasciarsi alle spalle questo mondo senza lasciare nulla in sospeso, ha preso provvedimenti per lasciare la casa a Teheran e il gatto al fratello minore (Ramtin Daghigh) e le piante alle sorelle (Sadaf Asgari, Forouzan Jamshidnejad), informandoli delle sue reali intenzioni. Tuttavia, Arash è incerto su come introdurre l’argomento all’anziana madre (Mina Rahimzadeh), da cui l’idea: organizzare una ultima cena in famiglia.

Regista approdato a Venezia in Orizzonti con l’esordio Napadid shodan (2017), dove si è ripresentato l’anno scorso con Komedie elahi (2025) dopo il passaggio in Un Certain Regard a Cannes 76 con Kafka a Teheran (2023), Ali Asgari concorre finalmente all’ambito Leone d’Oro con un film che si distingue nella competizione principale per l’essenzialità dei dialoghi e delle situazioni.

Scritto a quattro mani con Shadmehr Rastin – uno degli sceneggiatori più apprezzati del cinema iraniano contemporaneo, fresco di una collaborazione con Panahi nella sua ultima fatica Un semplice incidente (2025) – e diretto a metà tra Iran e Turchia a causa dell’inizio dei bombardamenti americani lo scorso febbraio, Kami nour è un film che parla di coloro che, nonostante tutto, sono rimasti in un Paese dove l’ombra della guerra e le interferenze pubbliche nel privato sembrano voler negare la vita stessa.

A differenza del protagonista de Il sapore della ciliegia (1997) di Kiarostami, infatti, in Kami nour le ragioni per cui Arash vuole togliersi la vita sono chiare sin dall’inizio e, per certi versi, persino condivisibili: dopo aver assistito alla violenza riservata dalle forze dell’ordine agli studenti inermi nascosti nel suo studio, e dopo aver sperimentato in prima persona le privazioni del carcere, il senso di impotenza dinanzi ai soprusi quotidiani – cui i comuni cittadini sovente preferiscono adeguarsi, come esemplificato dai colleghi medici di Arash – è diventato insostenibile.

Tuttavia, come lascia intuire il titolo, Kami nour è un film che, ben guardandosi dal sottoscrivere un infantilistico entusiasmo per la vita, riesce a far intravedere il barlume rappresentato dagli affetti più cari. Anche dinanzi alla minaccia dell’annientamento, con Trump che potrebbe far piovere i suoi missili da un momento all’altro – che, nella realtà al di qua dello schermo, avevano già colpito l’obiettivo, costringendo la troupe di Asgari a girare tutte le scene in interni in Turchia –, la fortuna di poter conservare una propria quotidianità, fatta di battute e di litigi tra fratelli, è ciò che, ben più di ogni alto ideale, consente a ciascuno di andare avanti.

Tale lettura trova ulteriori conferme nell’uso della macchina da presa, che, come Asgari ci ha abituati, è a sua volta un’ospite discreta delle conversazioni che registra, posta alla stessa altezza degli interpreti e alla giusta distanza. A infrangere questa regola si frappongono dei lentissimi zoom in, che si avvicinano al volto di Arash senza poi però mai chiudere del tutto su di esso: proprio quando lo spettatore si attende uno stacco sul nero, a segnalare l’esecuzione del gesto paventato dal protagonista, ecco che nell’inquadratura successiva sono ancora tutti insieme, e i propositi di morte sono rimandati.

Inserendo il suo messaggio politico sottotraccia per privilegiare la dimensione umana, Kami nour si impone come il culmine di un percorso di maturazione costante, con Asgari giunto a reinventare il mezzo servendosi di una economia espressiva di cui il cinema contemporaneo raramente si serve.