Il piccolo Andor è orfano in patria orfana: siamo nell’Ungheria del 1957, sono stati appena affogati nel sangue i tentativi di riforma antisovietica guidati da Imre Nagy, e i carri armati e i soldati occupanti di Mosca hanno sostituito quelli nazisti, che per la famiglia di Andor, giovane ebreo, avevano già significato perdite incolmabili. Il ragazzino ha infatti perso il padre sul finire della guerra e del tremendo Olocausto, o forse, piuttosto, ciò è quanto la madre gli vuole far credere…

Se dobbiamo dire tutta la verità, non abbiamo ancora ben capito “che pesce è” il buon enfant prodige di Budapest Laszlo Nemes. Se ci aveva impressionato tutti con l’esordio dilaniante de Il figlio di Saul, giustamente approdato all’Oscar per il miglior film straniero dopo una sfilza di altri rilevantissimi premi, la sua seconda fatica, Tramonto, aveva lasciato per lo più intontiti e delusi anzi che no quanti avevano avuto modo di vederla sempre qui alla Mostra veneziana nel 2018, a causa di un affastellamento piuttosto confuso di pretese interpretative macro-storiche e attenzioni scenografiche finissime, ma non sempre funzionali ai contenuti, per le quali l’accusa di manierismo poteva trovare qualche fondamento. Con questo suo Orphan in realtà il regista ungherese sembra aver recuperato punti in fatto di compattezza narrativa e lucidità rappresentativa, ma siamo comunque lontani dai lidi di estrema originalità del suo primissimo film, mentre ci si adagia con una certa pigrizia all’interno dei canoni narrativi più tradizionali.

È come se Nemes fosse ancora alla ricerca della sua vera essenza autoriale e di uno stile congeniale, come se si fosse accorto  (ci si permetta la battuta) di avere “esagerato”, dando tutto il meglio di sé nell’esordio, e ora provasse a rimettersi in carreggiata, incerto se (vedi il secondo film) sia meglio continuare a percorrere strade di ostinata originalità formale, ovvero adagiarsi in un compatto ma non troppo scintillante compitino narrativo, diremmo “alla Agnieszka Holland” (autrice che noi amiamo moltissimo, per carità, ma che a volte ha perseguito la aurea mediocritas della vicenda facilmente simbolica adagiata su sfondo storico). Ed è proprio ad alcuni dei film della regista polacca dedicati alla persecuzione degli ebrei che sembra di poter accostare in parte Orphan: anche in Angry Harvest, come qui, la generosità di un “gentile” che nasconde una donna ebrea dai suoi persecutori è tutt’altro che interessata e nasconde vili doppi fini sessuali, mentre in uno dei migliori lavori della Holland, Europa Europa, avevamo ugualmente un giovane ebreo come protagonista principale, ugualmente alla ricerca di un equilibrio esistenziale e salvifico che lo restituisse alla normalità della vita. Se lì si narrava la doppia vita di un “orfano di guerra” in fuga dai vari totalitarismi e in parte dal suo essere ebreo, qui il respiro è ben lontano dall’epopea, e l’ampiezza narrativa si concentra su pochi mesi di esistenza del piccolo Andor, che molto più concretamente cerca, più che se stesso, il proprio padre.

Andor vive con la giovane e bella madre in un momento critico della storia del suo paese: la ribellione antisovietica di Budapest 1956 è stata appena soffocata dai carri armati, e l’atmosfera è ancora carica di elettricità, dei tentativi del regime di fare i conti con i ribelli ancora a piede libero e del sangue grondante dalle esecuzioni punitive dei capi della sommossa. Non che però la lunga eco dell’altro totalitarismo, quello nazista, abbia smesso di farsi sentire: gli ebrei continuano ad essere insultati e malvisti, anche se con modalità più subdole, e le sofferenze da loro patite si ripercuotono facilmente sull’attualità, non foss’altro per la mancanza di quanti sono rimasti dall’altra parte del filo spinato. È quanto sembrerebbe essere successo al genitore mancante di Andor, scomparso, disperso, o forse semplicemente ucciso dai tedeschi nel 1945, sebbene la ostinata forza di volontà del ragazzino non si voglia acquietare nella rassegnazione dell’assenza. La sua psiche sensibile, il suo intenso slancio di volontà e fede credono che il padre tornerà, e questa sorta di “quest” psicologica, questa disperata ricerca di colmare il vuoto genitoriale sottintende tutto il film, finché (ma evitiamo lo spoiler) Andor verrà a conoscere una verità scomoda e spiacevole. All’asse familiare e individuale si sovrappone ed incrocia una linea narrativa non sempre lucidissima, legata appunto ad alcuni ribelli antisovietici in fuga dall’apparato statale: le due vicende principali sono affastellate e attorcigliate attraverso oggetti simbolici (la pistola che gira e rigira di mano in mano, ma, contrariamente alla legge del “fucile di Cechov”, alla fine non sparerà), personaggi secondari che vanno e vengono senza convincere totalmente della propria necessità narrativa, colpi di scena un po’ diluiti che non realizzano al massimo il potenziale molto ricco di partenza del soggetto, che Nemes ha dichiarato avere alcuni addentellati con la storia reale della sua famiglia.

Ne esce un film che ha sicuramente dei meriti di partenza, si perde un po’ a metà del guado, recupera qua e là puntando sul mestiere e sulla inevitabile importanza del tema, ma che alla fine dei conti rimane, appunto, un po’ orfano di decisioni più coraggiose e originali.