Il tempo come attesa. L’attesa che il mare, padrone severo e gelido dei marinai, restituisca alla comunità femminile i mariti, i compagni, i padri, i fratelli.

Mare è anche il nome della protagonista, in un’incredibile simmetria che lega la donna a quello che è preposta a osservare, a scrutare quotidianamente. Mare è infatti la guardiana del faro, che in quest’isola di donne in attesa assume non solo un ruolo funzionale, ma anche simbolico: il faro che è richiamo e messaggio per i naviganti, ma anche speranza, possibilità di ritorno, di rincontro.

Mother Mare” è un documentario di Elisa Chiari, presentato venerdì scorso all’Edera Film Festival 2024 a Treviso. Elisa, bresciana, classe ’97, si è occupata di regia, sceneggiatura, produzione e fotografia. Il suo è un documentario etnografico, brevissimo – di nove minuti – e osserva la vita delle donne dell’isola di Kihnu, in Estonia. Kihnu è una comunità matriarcale, dove le donne amministrano l’isola in assenza delle controparti maschili, che lavorano sulle navi e viaggiano per mare.

Il matriarcato a Kihnu è autonomia ma anche reclusione: le donne sono custodi del focolare domestico, focolare che attende il ritorno dell’uomo. In questa dimensione sospesa, le donne di Kihnu svolgono le loro attività quotidiane – il ricamo, raffigurato in alcune potentissime fotografie, le danze, la musica – e preservano la vita “vera”, la vita sulla terra, contrapposta alla vita per mare. Il contrasto tra la vita comunitaria, relazionale delle donne di Kihnu e la fredda vita per mare degli uomini si esprime anche attraverso i colori: il rosso vivo dei vestiti tradizionali delle donne che si infrange sul bianco delle nevi e del ghiaccio del Baltico. Il mare è raccontato attraverso immagini “terrestri”: i dipinti dell’archivio storico, la sommità del faro, la barca di legno sulla riva ghiacciata. Eppure è sempre lì, una forza fredda e maschile opposta al calore della comunità femminile. Ed è sulla comunità femminile che si concentra l’occhio della regista, che – ospite di Mare – ha osservato dall’interno quella dimensione, la vita delle donne, e come loro ha guardato il mare da terra.

Il documentario veicola un’atmosfera e un sentire antico, lontano dalla nostra quotidianità, che si riallaccia al mito di una società distante dal punto di vista temporale e climatico, ma che sembra vicina: il mito di Penelope, che così come le donne di Kihnu tesse al telaio e attende che il mare le restituisca ciò che le ha sottratto.