Giunge dunque al termine con questa quarta stagione Preacher, quel prodotto AMC che avrebbe dovuto spaccare il mondo della TV americana con il suo carico di blasfemia e nichilismo ma che si è impantanato troppo su se stesso per attestarsi definitivamente come una serie di culto. Al netto di questo però, Preacher è in grado di ritagliarsi un posto nella memoria dei suoi spettatori più affezionato al netto delle ripetute occasioni sprecate e di lasciare un ricordo complessivamente positivo nonostante per quaranta episodi sia vissuto per lo più di lampi isolati.

La scarsa cura dedicata all’aspetto della programmazione è una pecca che abbiamo rilevato in più di un’occasione, in particolare modo nelle due stagioni di mezzo dopo il discutibile e discusso finale del primo arco narrativo; difetto riconducibile anche al fatto che Rogen e Goldberg hanno probabilmente perso interesse per la serie nel corso del tempo, uscendo dalla writing room e mantenendo il ruolo di produttori senza intervenire in modo diretto per dedicarsi alla loro nuova creatura, ovverosia The boys, tratta dall’omonimo fumetto nato sempre dalla mano di Garth Ennis, che ha già riscosso parecchio successo con la sua prima stagione distribuita da Prime Video.

Il plot

È passato qualche mese dalla fine della terza stagione, Tulip e Cassidy sembrano essersi lasciati alle spalle tutto quanto decisi a cominciare una vita normale assieme mentre Jesse ha impattato il terreno da qualche migliaio di metri d’altezza. Da qui si apre un flashback che copre circa i tre quarta della narrazione stagionale e vede i ruoli invertirsi: Jesse e Tulip devono tirare fuori il loro amico vampiro dal Masada, il quartier generale del Grail, nel quale è presente pure Dio che, smesso il costume da dalmata sadomaso, si è rassegnato all’ennesimo fallimento da parte sua e medita di ripartire da capo con una nuova (la terza? la quarta?) creazione. Si rende così necessario sgombrare il piano di lavoro, dando il via a un’altra Apocalisse, per la quale però sembra essere assolutamente necessario il bisnipote subnormale di Gesù.

La serie

Preacher 4 mostra dei segni di maturità rispetto al passato, ma per certi versi ricade nei medesimi errori. La bellissima terza stagione rimane un caso isolato che era riuscita nel piccolo capolavoro di tagliare fuori tutte le criticità per una decina di episodi, ma purtroppo quanto uscito dalla parta rientra dalla finestra. Staticità nella narrazione, ritmo blando, livello tecnico sottotono rispetto alla media sono fattori che hanno fatto parte inesorabilmente dell’avventura, e non vale la pena soffermarcisi troppo considerando che se ne è già ampiamente scritto durante gli scorsi anni.

Il quarto lotto di episodi è meno fumoso rispetto ai fratelli, c’è più carne al fuoco e vengono fatti passi in avanti sul fronte della caratterizzazione psicologica dei protagonisti, con alcune gradite sorprese. Il dipanarsi dei vari intrecci avviene in maniera compatta, tirando in ballo tutti quei personaggi secondari che avevano avuto storylines parallele e scarsamente connesse alla trama principale, come Dio – non c’è più necessità di centellinare la sua presenza sullo schermo – o Hitler – che trova finalmente la sua funzione – e persino Eugene, pur con sfumature più simboliche.

La serie è riuscita finalmente ad alzare il livello, e lo ha fatto buttando dentro tutto quello che aveva risparmiato finora, riuscendo, soprattutto nella seconda metà, a bilanciare la parte comica e grottesca con quella più intima e seria. Il personaggio di Tulip non è mai stato così sfumato (non che ci volesse molto, ammettiamolo) ma i suoi due compagni d’avventura affrontano una trasformazione di complessità psicologica sinora inedita su questi schermi. Brilla più di tutti Joseph Gilgun (anche grazie alla capacità del suddetto interprete, Cooper troppo spesso sembra il cugino texano di Stanis La Rochelle), capace di restituire la malinconia e i rimorsi di una vita di centocinquant’anni vissuta sempre ai margini. Preacher è diventata una serie più sottile in questo capitolo finale, in grado di far trasparire elegantemente alcuni elementi rilevanti, senza per forza tirarli dietro allo spettatore con la catapulta, azzeccando più di qualche suggestione interessante.

La climax finale è coerente e ben articolata, lo showdown degli ultimissimi episodi non ha freni di nessun tipo e, riportandoci al punto di partenza con un colpo di scena da non sottovalutare, da il via alla tragicomica corsa contro il tempo per evitare la fine del mondo. E per una volta i lampi estemporanei della serie di intensificano, susseguendosi in una fitta schiera di belle trovate e piccoli colpi di genio. La figura divina è la chiave di volta di questo mutamento, il suo personaggio è studiatissimo nel contesto delle ultime puntate e abbastanza contraddittorio e approfondito da poter reggere un paio di momenti di riflessione sul male e sul perché il mondo sta andando allo sfascio, sviscerando una parentesi autenticamente nichilista. Dio non ha chissà cosa di trascendente in Preacher, ha difetti umani tra cui uno spiccato infantilismo, è un “pathetic little bitch” snervato dalla contraddizione che si apre tra la sua “onnipotenza” da un lato e l’incapacità di essere amato dall’altro, fallendo nel suo proposito di essere venerato come padre amorevole spontaneamente proprio perché ha creato la stirpe umana a sua immagine e somiglianza, desiderosa a sua volta solo di essere amata; il libero arbitrio è una fregatura, insomma.

Preacher per una volta riesce a brillare in maniera equilibrata sia per invettiva comica – tante sono le sue fonti di umorismo dissacrante: Gesù e le sue fasi di depressione e scatti d’ira (con tanto di break dance), la deriva macchiettistica di Herr Starr che avanza di pari passo con le sue mutilazioni, Dio in versione scienziato pazzo da Guinea pig, la crisi diplomatica Australia-Nuova Zelandia, Hitler un po’ mental coach un po’ guru dell’arte della contrattazione, l’insensatezza generale della politica ecumenica del Grail e, manco a dirlo, Humperdoo – sia per solerzia nell’andare a scandagliare la sfera intima dei suoi protagonisti di pari passo con la “grandi domande”. Niente di così cerebrale o teologicamente profondo, per carità, ma pur sempre più sul livello di Dogma (e stando al passo con i tempi rispetto a esso) che su quelli di Dio esiste e vive a Bruxelles.

(Non è) La fine (del mondo)

Preacher non è sicuramente una serie che ha cambiato le sorti e il gusto della TV come sembrava dovesse fare – invece siamo pieni del tipo sbagliato di serie tratte da fumetti, ma amen – ma è un’opera che con i suoi colpi di coda e i suoi momenti non si farà certo dimenticare del tutto in un paio d’anni. Al netto di qualche tassello inutile, come Hoover II/agente infiltrato e il coinvolgimento vacuo dei genitori di Genesis, la serie veleggia rapida verso un finale definitivo e assoluto così come doveva essere, attraversato da una profonda venatura di dolceamaro del tutto imprevedibile. L’epilogo finale che non risente affatto dei due salti temporali e porta avanti il suo spirito cinico fino in fondo, tra un epico e folle scontro western per decidere chi siederà sul trono del Paradiso, una conclusione più o meno felice per un paio di personaggi che mai avremmo immaginato potessero avere un lieto fine e un’ultima immagine che forse incarna il solo attimo veramente poetico e triste di tutto Preacher. La messa è finita, andate in pace.