Nella sezione Focus Nord-Est dell’Edera Film Festival 2025, Amedeo Sartori porta “Stanze”, un cortometraggio che fin dai primi minuti strizza l’occhio a “La jetée” (1962) di Chris Marker. “Un photo-roman” quello, una videopoesia questo, ma entrambi frutto del montaggio di una serie di fotografie narrate da una voce fuori campo.
Tutto parte dalla suggestione generata da un ricordo del regista, un fermo immagine che si è esercitato a fissare nella memoria e che rappresenta non solo un momento, ma anche un luogo in cui tornare. Ma cosa succede se ci si perde lungo il tragitto? Ecco allora che l’opera si declina in un videolabirinto di fermi immagine, attraverso cui ci conduce la voce fuori campo, in un progressivo abbandono delle ambientazioni all’aperto, introducendo lo spettatore nei corridoi di una residenza per anziani affetti da Alzheimer. Qui si sviluppa una realtà sospesa popolata da figure che lo sono altrettanto, inserite in un luogo chiuso, ma che pare alieno. Si stagliano fra le pareti colorate dei corridoi le sagome di chi ha ceduto la memoria alla malattia e procede nella vita impegnandosi in gesti afinalistici come prendersi cura delle piante finte, muoversi in una lenta danza senza musica o semplicemente sedersi e aspettare.
Dall’assurda attesa di Godot per Beckett all’ineluttabile sgretolarsi della memoria in Ishiguro, i temi trattati in “Stanze” da tempo suscitano interesse nell’immaginario popolare, tuttavia il cortometraggio di Sartori si inserisce in questo filone focalizzando l’attenzione su una malattia che per la società è spesso sinonimo di emarginazione e perdita di senso, la ritrae con sensibilità e ci permette di notarne la poesia. Non è forse questo il ruolo dell’artista? Creare una cornice in cui inserire la narrazione della realtà, o, per usare le parole scelte da Sartori, “mostrare frammenti lasciando che sia l’istinto dello sguardo a interpretare”.











