“L’essenza della fotografia consiste nel cristallizzare in “immagini” ciò che si vuole sottrarre alla caducità, alla fragilità e all’effimero del suo vivere o manifestarsi, per ancorarvi il nostro ricordo individuale o collettivo; con una forza evocativa che saprà poi sprigionare altri “cari frammenti” (come scriveva Umberto Saba) di esistenza, di suggestioni, di “apparenze”, che altrimenti sarebbero sacrificate ad una morte assoluta e senza ritorno. E l’immagine, che così rende concreto il ricordo, diventa a sua volta fonte di ulteriori memorie, di quella “ultima riserva del passato, la migliore” di cui scriveva Marcel Proust. A renderla magica, oltre alla sensibilità del fotografo, ci pensa poi quel tanto di imprevedibile che ad ogni foto proviene da ciò che l’occhio umano non vede e dalla tecnologia che, come diceva Franco Vaccari, “ha una sua autonomia”. Sono parole di Michele De Luca che leggiamo nel suo bellissimo libro (Dettagli, a cura e con Presentazione di Italo Zannier, Editrice Quinlan), uscito nel 2023, che segnò il suo esordio come fotografo, dopo averlo apprezzato come organizzatore e cultore della fotografia sia come organizzazione di mostre che come giornalista e scrittore.
È una citazione che ci introduce nel suo mondo di osservatore e realizzatore di immagini in cui domina la ricerca, sempre supportata da grande curiosità e “occhio”, di piccoli particolari astraendoli dal resto, in cui si possa riflettere il suo universo interiore, la sua sensibilità, la sua cultura, il suo gusto estetico. Le immagini – ha detto – “sono segni che trasmettono dei “giudizi” sulla realtà, sull’universo effimero che si presenta davanti ai nostri occhi, diventando esse stesse una nuova realtà totalmente diversa e assolutamente autonoma. Ma anch’essa … effimera”. Con il libro Street Art a Venezia (Supernova di Giovanni Distefano, 2024), De Luca, spinto da un animo curioso, è andato a caccia di street art nascosta tra le pieghe di ponti, sottoporteghi, calli, fondamenta, campi e campielli dei sestieri veneziani. Il carattere effimero della Street Art, spesso eseguita in clandestinità e in opposizione alle regole, la rende per sua natura inadatta alla durata. L’azione di De Luca veniva quindi portata avanti nella consapevolezza che l’unica possibilità di persistenza sia quella fotografica. Un’arte resistente al tempo solo attraverso un’altra arte.

Sembra quasi paradossale, eppure in tutto questo c’è una verità, anzi una necessità di raccontare un’epoca, la nostra, dove una certa forma di espressività passa attraverso i muri, andando a scovare sorprendenti assonanze. Ora, in questo nuovo libro (Street Art a Roma pubblicato anch’esso da Supernova), è la volta di alcuni quartieri di Roma (il fotografo vive tra Roma e Venezia), che sono la meta preferita e meticolosamente esplorata per anni con l’obiettivo nelle sue lunghe camminate mattutine (Centocelle, Garbatella, Ostiense, Pigneto, Portonaccio, San Lorenzo, Testaccio e Trastevere); i quartieri cioè nei quali maggiormente la creatività popolare si esprime nella street art, volendo conservare tutto quel patrimonio di immagini, per lo più anonime, destinate, come ben sanno gli autori, a deteriorarsi, ad essere imbrattate o distrutte e comunque soggette al degrado causato dal fattore tempo.
Il lavoro del fotografo, ha sempre prestato grande attenzione a cogliere i frammenti, i dettagli, l’effimero, il “volto mutevole” della città, nella Street Art intesa come un insieme di pratiche ed esperienze di espressione e comunicazione artistico-visuale che si realizzano nella dimensione stradale e pubblica dello spazio urbano contraddistinte da una fisionomia alternativa. Un originale linguaggio con cui chi lo adopera tende a far partecipare gli altri nell’area del mondo in cui desidera coabitare. E per salvare almeno queste “immagini che ci guardano” (come le ha chiamate lo storico dell’arte tedesco Horst Bredekamp), la fotografia rimane uno strumento indispensabile.

Scrive Filippo Ceccarelli nella sua postfazione: “Sia lode al lavoro di Michele De Luca, viandante pronto a lasciarsi impressionare da ciò che più gli è parso genuino. Ma forse siamo agli sgoccioli, forse in queste pagine una delle ultime testimonianze, poi basta. Ciò che colpisce, nella sua ricognizione visiva, è la sovrabbondante varietà degli stili. Non sai bene se dentro, o dietro, o sopra, o sotto senti l’eco di Pompei, la pop art, il gotico, il fumetto, Pollock, Disney, la grande fotografia, il muralismo messicano, la pubblicità, la scopiazzatura di Banksy, il troppo tempo passato al pc, Instagram, i videogiochi. Eppure proprio nel suo caotico accumulo la Street Art comincia ad assomigliarsi, s’è fatta canone, sta perdendo la carica trasgressiva, ha dismesso l’originaria creatività, la leggenda romantica, il motore, lo spirito”.

La città è vista come una galleria a cielo aperto, dove tutti possono leggere, guardare, recepire un messaggio: “La pittura murale è pittura sociale per eccellenza”, scriveva Sironi nel “Manifesto della pittura murale” del 1933, firmato insieme a Funi, Campigli e Carrà. E il libro si propone anche come una “guida” inedita in quartieri in cui si registra oggi una situazione artistica viva, colorata, ricca di messaggi, profondamente autentica e democratica, piena di stimoli e affascinante, in una delle città più famose, più visitate, più fotografate e più fotogeniche del mondo, dove anche l’arte assume nuovi connotati che ci rappresentano il suo volto mutevole e sempre originale. Che ci invita, peraltro a un “viaggio” in queste zone dalla città, che sono ricche di storia: da Centocelle che fu sede del primo aeroporto italiano e Pasolini vi girò il film Accattone, alla Garbatella, la “città giardino” consacrata da Moretti, nel film Caro diario come “il quartiere che mi piace più di tutti”; dall’Ostiense con la Centrale Montemartini (il primo impianto di produzione di energia elettrica di Roma) e i Mercati Generali, al Pigneto, che Pasolini definì “La corona di spine che cinge la città di Dio”; da Portonaccio, dove Renzo Vespignani vi fondò la “Scuola di Portonaccio” con artisti che ne rappresentarono la realtà crudele del dopoguerra, a San Lorenzo che il 19 luglio del ‘43 fu colpito dal primo, terribile, bombardamento degli alleati su Roma; da Testaccio, il Monte dei Cocci, in cui sorgeva “Campo Testaccio”, il primo impianto calcistico italiano, attivo fino al 1940, a Trastevere, dove, in Via San Cosimato 7, una targa ci ricorda che vi nacque Alberto Sordi.






