Tre Piani di Eshkol Nevo, edito da Neri Pozzi per l’Italia nel 2015, è uno dei romanzi più acuti e scritti bene che si sono imposti nelle Librerie negli ultimi anni.
Tre sono i piani di una palazzina di Tel Aviv; tre i monologhi – un monologo per piano – dove ogni piano vuole sondare in profondità l’analisi umana delle tre istanze freudiane: Es, Io e SuperIo. È un romanzo sulla punizione e sull’ espiazione.
È un romanzo impossibile da tradurre per il grande schermo senza apportare modifiche o aggiunte. Come ha fatto Nanni Moretti.
Il film tenuto fermo per un anno – era già pronto la primavera inizio estate del 2020 – dopo la presentazione in Concorso al Festival di Cannes 2021, arriva ora nelle sale.
Monocorde tanto da essere noiosi, i Tre Piani di Nanni Moretti affaticano lo spettatore come se dovesse salire a piedi i gradini di un grattacielo perché l’ascensore è fuori servizio.
Non siamo in Israele, ma ci troviamo a Roma. Una serie di eventi cambiano tragicamente la vita degli inquilini di una palazzina.
Un incidente, una gravidanza, un sospetto scatenano azioni e reazioni che nell’arco di 10 anni trasformeranno, o riveleranno, caratteri e comportamenti.

C’è la maternità con le sue ombre, c’è il senso di colpa, poi la tragedia, c’è la genitorialità. Scritto da Moretti con Federica Pontremoli e Valia Santella, è un melodramma corale, privo di profondità, di intensità emotiva, ma anche privo di leggerezza. È un film che si allontana troppo dallo stile del regista e, non vogliamo infierire, ma interpretato maluccio (a partire dallo stesso Moretti, che si ritaglia per lui il ruolo dell’inquilino dell’ultimo piano; fin qui nulla da dire, se non fosse che è Moretti che interpreta sé stesso nel ruolo di un giudice, e il risultato è grottesco e indisponente).
Siamo rimasti delusi, e anche un po’ amareggiati per questo adattamento poco piacevole e, ripetiamo, noioso.






