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Fare Mondi/Making Worlds 53. Esposizione Internazionale d’ArteInaugurata il 7 giugno a Venezia la Mostra diretta da Daniel Birnbaumdi Saverio Simi De Burgis Una Biennale sempre più diramata e diffusa in laguna; ormai dai centri deputati dei Giardini e dell’Arsenale si irradia capillarmente in città coinvolgendo più o meno tutto e tutti.
Se d’altronde proprio nei luoghi storici della Biennale non ravvisiamo una linea emergente che potrebbe dare maggiore rilevanza e significato all’evento, è invece tra le cosiddette mostre collaterali che riscontriamo interesse e vivacità intellettuale degne di queste manifestazioni.
L’impressione più immediata è che Venezia sia destinata sempre più a ricoprire il ruolo della capitale dell’arte mondiale. Si sa, comunque, a meno che non avvengano miracoli pronti a sconfessare una realistica e concreta interpretazione dei fatti, che il gioco durerà a livelli frenetici più o meno una settimana, poi tornerà tutto come prima in cui alla stanchezza si affiancherà la solita minacciosa e infida apatia facendo largo a un tangibile scarso interesse per il sistema della cosiddetta arte contemporanea. La Biennale si conferma un’esposizione internazionale di alto livello nel rispetto della sua vocazione originale, rivolta a offrire un panorama mondiale oggi di "tendenza " per effetto della globalizzazione, che appunto appare sempre più esteso ed è bene a questo punto, onde evitare facili gaffe, prima di esprimere giudizi avventati in una realtà in continua trasformazione, ripassare i basilari elementi di geografia fisica e politica. Si va dalla Nuova Zelanda, con la sua tradizionale cultura Maori – molto coinvolgente e amalgamato con il settecentesco suggestivo spazio della chiesa della Maddalena del Temanza l’intervento di George Nuku nel frattempo impegnato anche a Londra all’interno del British Museum – al padiglione del Marocco o a quello di Taiwan a palazzo Pisani di Santa Maria Formosa. Queste mostre collaterali, curate nella maggior parte dei casi dall’infaticabile factotum Paolo De Grandis all’interno della sua associazione Art & Communications, al di là di possibili scivolamenti in omologazioni culturali sempre in agguato, rimangono essenziali per allargare le considerazioni su aspetti di altre culture dove il concetto di arte, così come convenzionalmente continuiamo a intenderlo nel sistema occidentale, non trova corrispettivi praticabili, almeno nell’accezione comunemente diffusa. Al di là quindi di un pensiero debole che più debole non potrebbe ormai essere, nel senso che appare completamente privo di qualsiasi concreto significato, – vedi la mostra curata da Daniel Birnbaum all’interno dell’ex padiglione Italia, eccezioni a parte come è ravvisabile nell’installazione-ragnatela di Tomas Saraceno – possiamo sicuramente avere l’occasione di sperimentare degli assaggi di varie realtà culturali che dal punto di vista antropologico hanno molto da dire. Nel contesto generale e sempre collegate con la rassegna in corso fino a novembre, segnalo ovviamente le iniziative della Bevilacqua La Masa che concede i propri spazi di Palazzetto Tito e di piazza San Marco, rispettivamente al Leone alla carriera Yoko Ono e a Rebecca Horn, e quella di Palazzo Grassi che ora ha definitivamente inaugurato con Mapping the studio, la Punta della Dogana, restaurata da Tadao Ando e ospitante la collezione di François Pinault. Bellissimo lo spazio concepito dal Benoni nel 1600 ora diventato un’importante area espositiva, un po’ più deludente il contenuto delle opere che, tuttavia, riflettono il gusto sfrontato e culturalmente disinibito di un attuale “mecenate” o meglio business man dell’arte. Comunque seguendo tale logica, il contenitore resta e casomai può sempre cambiare il contenuto, anche se rimane aperto il problema dello smaltimento dei rifiuti, ma ciò potrebbe rappresentare un vantaggioso ulteriore incentivo a sviluppare una ricerca che pure dal punto di vista ecologico, rappresenta il business del futuro. Poco significativa la contestazione, anche perché di vera e propria contestazione non si può parlare in quella che doveva essere l’antibiennale in varie occasioni in tal senso annunciata – mi riferisco a Non voltarti adesso, Don’t look now, allestita a Ca’ Pesaro - che denota tutta la pochezza di linguaggi ormai omologati e privi di una reale solidità e consistenza che al contrario era provata direttamente sulla loro pelle dai ribelli di Ca’ Pesaro dei primi anni del ‘900. A dire il vero qualche motivo per contestare c’era e infatti il Padiglione italiano da qualche tempo relegato all’Arsenale, predomina un’esclusiva attenzione alla pittura che, tuttavia, al di là del solito Chia, assolutamente non straordinario, può offrire un valido spunto in qualche emergente per la prima volta in Biennale come nel caso di Nicola Verlato con la sua proposta neobarocca di pale d’altare laiche in cui il soggetto predominante diventa, però, il nuovo mito di James Dean. Tra i padiglioni storici nel complesso non molto entusiasmanti risulta di un certo interesse quello olandese dove vengono proiettati due video realizzati da Fiona Tan; spicca poi quello degli Stati Uniti dell’intramontabile Bruce Nauman che in città, in occasione dell’assegnazione della Laurea honoris causa, ha allestito rientranti nell’unico progetto di Topological Gardens, altri due suoi interventi nella sede espositiva dell’Università di Ca’ Foscari e dell’aula magna dei Tolentini. All’interno dell’opera di Nauman, risulta particolarmente rilevante “Fifteen pairs of hands” in cui l’autore ripercorre le varie posture e gesti di mani come quelle analizzate da Andrea de Jorio già dal 1832 nel suo La mimica degli Antichi investigata nel gestire napoletano. All’interno dei padiglioni dei Giardini interessante anche il Padiglione Russo curato da Olga Sviblova e il Padiglione Venezia riservato dalla Regione del Veneto a ospitare una raffinata produzione di artisti attivi nel territorio in rapporto con la produzione vetraria muranese: a questa mostra fa pendant Glasstress, più organica e ricca rassegna organizzata dalla Galleria Berengo a Palazzo Franchetti, vicino al ponte dell’Accademia. Nel contesto veneziano, sicuramente la parte del leone è riservata alle mostre concepite all’interno di preesistenti spazi museali. Non voglio rivolgere tanto l’attenzione alla mostra di Mona Hatoum presso la sede della Querini Stampalia, o della mostra della moscovita galleria Stella, organizzata a Ca’ Rezzonico, quanto di Aqua, allestita con video installazioni di Fabrizio Plessi e di Bill Viola che consentono di apprezzare ancora una volta la meravigliosa collezione della Ca’ d’Oro. Peraltro un suggestivo tema quello dell’acqua, per i naturali valori simbolici e archetipici insiti nella fluidità di tale elemento che ben si coniuga con lo stesso tessuto caratterizzante l’ambiente lagunare locale. Con In-finitum, a cura di Axel Vervoordt, assistiamo praticamente a una riedizione di Artempo, all’interno degli stessi spazi di per sé suggestivi e da wundekammer di Palazzo Fortuny. Si tratta di un’esposizione cronologicamente trasversale e senza alcun rispetto per un approccio storico non diacronico ma sincronico sovvertendo le classiche regole spazio-temporali di passato, presente e futuro, il che risulta oltre che più suggestivo e per certi versi soggettivo, in perfetta sintonia con il museo ospitante e con lo spirito che motivava Mariano Fortuny a dedicare la sua vita all’arte e a far diventare la sua abitazione un laboratorio di idee in continuo fermento, oggi sempre più ampio e diffuso sia al pian terreno che nel sottotetto riaperti per l’occasione al pubblico. Altro spazio veneziano recuperato in concomitanza con la LIII Biennale d’arte è la Scuola Grande della Misericordia che riapre al pubblico, spazio che dopo essere stato convertito a palestra e stadio di pallacanestro, è rimasto per molti anni chiuso e in completo stato di abbandono. Tra gli altri eventi ospita ora il padiglione lituano, quello pakistano e quello afgano. Se la Biennale serve anche a questo, allora viva la Biennale, l’importante è che tali luoghi possano essere utilizzati con analoghe finalità espositive anche in altre occasioni e determinare un drastico cambiamento della monocultura turistica che ancora attanaglia in una morsa letale la città lagunare.
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