La nuova edizione di Biennale Musica invita a guardare ad Est, e ai primi due sguardi in questa direzione sono apparsi scenari, benché diversissimi, per nulla inattesi. Dopo il commosso ricordo a Mario Bortolotto del Presidente Paolo Baratta, il Festival si apre con la prima esecuzione italiana di Inori di Stockhausen, monumentale rito sonoro alimentato dai movimenti di un adoratore posto sopra l’orchestra, formulati da una serie di corrispondenze tra gesti e suoni che l’autore ha individuato e attinto da culti diversi. A incarnare le movenze del mimo è la clarinettista Roberta Gottardi, percorrendo e lasciandosi trasportare allo stesso tempo – il limite è davvero impercettibile – dal suono dell’Orchestra di Padova e del Veneto. I colori vividi dei timbri prodotti e il volume di un suono denso, a volte magmatico, carpiscono l’attenzione, arrivando a travolgere l’ascoltatore lungo l’intera durata dell’esperienza sonora. L’intensità raggiunge i suoi picchi più alti nel dialogo gestuale tra il mimo e il direttore Marco Angius, nei quali suono e gesto raggiungono la totalità delle forze in campo, per disciogliersi in momenti di pura poesia e commovente delicatezza.

La serata registra qualche tono polemico nell’incontro introduttivo. Alla voce dei protagonisti dell’evento si aggiunge l’esperienza diretta di Kathinka Pasveer e Alain Louafi, compagna e collaboratore di Stockhausen, moderati dal Direttore artistico Ivan Fedele. Per quanto interessante si stesse rivelando l’indispensabile approfondimento all’opera, parte del pubblico deve aver trovato oltraggioso il suo mancato inserimento nel programma del Festival, spingendo affinché l’orchestra potesse occupare il suo posto sul palco.

Alla profondità spirituale di Inori, il Festival fa seguire quella take away di Tan Dun, al quale è stato consegnato il Leone d’oro alla carriera durante il sabato sera. Meravigliato quanto una parte del pubblico per il riconoscimento ricevuto, il musicista prende le redini dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai per far eseguire tre suoi brani. La Passacaglia si avvale della collaborazione di orchestrali e pubblico, al quale è stato chiesto di avviare una traccia audio sul telefono producente il verso degli uccelli. Ecco dunque ricreata una foresta sintetica a inizio concerto, mentre degli altri brani in programma rimane solo la bravura di Simone Rubino alle percussioni, sorretto da macchie sonore vuote, più noiose che banali.

Se la presenza al Festival del musicista cinese poteva essere già rivelatrice del tipo di operazione in atto, ha rincuorato vedere qualche sedia vuota proprio nel concerto di premiazione, evento più adatto per il Festival di cinema, contro il sould out del venerdì.

Orchestra Nazionale Sinfonica della Rai, Tan Dun
Leone d’oro a Tan Dun