Scemi del villaggio, presentato in anteprima a Primavera dei Teatri, è uno spettacolo esilarante e allo stesso tempo sferzante. Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri sono autori e interpreti di un lavoro che demolisce ogni tipo di cliché, a cominciare dalla dicotomia provincia/città, entrambe messe alla berlina, la prima nella sua pretesa autenticità, la seconda nel suo divorare onnivoro e indifferente tutto ciò che le si para davanti. Ce n’è per tutti: sotto i colpi irresistibili della loro corrosiva ironia cadono tutte le false certezze che accompagnano le nostre vite.
Ma non bisogna fraintendere: non si tratta di un’enumerazione estemporanea che ha come fine ultimo (e unico) scatenare la risata degli spettatori: il consumismo cittadino è descritto con un rigore satirico degno di Giovenale (anche se le donne, questa volta, vengono risparmiate): insegne alla moda, cocaina dappertutto, solitudini che (purtroppo) si incontrano dando luogo a vuoti incolmabili, dove l’incomunicabilità la fa da padrona. Si ride, dunque, e tanto, ma ci si interroga pure sul panorama desolante dell’ormai rodato ventunesimo secolo. Dall’altra parte sta ciò che è tipico, ‘nostrano’, incorrotto, ruspante, che caratterizza la bucolica esistenza dei mille piccoli centri del Belpaese, ridotta anch’essa a macchietta trita e presenza molto poco (anzi per niente) arcadica. Esempio tipico l’epopea del coscione di Fara Sabazia:
Io non vengo dalla provincia
Che celebra gli affettati
Il compleanno del salame
Con questi fanatici
Che ti fanno
«ah, ma come… Tu non conosci… Fara Sabazia!»
Che si incazzano proprio
«Fara Sabazia, non la conosci!
O ragazzi, venite: qui c’è uno che non conosce Fara Sabazia!»
No, non la conosco.
«A Fara Sabazia noi ci abbiamo inventato…il coscione».
Ciò che stupisce del fittissimo copione, oltre alla tagliente bravura degli attori in scena, è che non si salva niente: tutto sembra creato e immaginato per fantomatici visitatori, i famigerati turisti, oppure lasciato alle mire voyeuristiche degli appassionati di cronaca nera, che puntella in particolar modo le giornate estive.
Passare agosto a Roma si rivela un incubo, parzialmente addolcito dalla possibilità di sfogare i propri istinti più reconditi (come svuotare la scopa dalla finestra). Questo, naturalmente, a patto di possedere una casa, di proprietà, in affitto, in subaffitto ecc. Non è il caso però di Davide Russo, studente universitario di ventisette anni che fa il lavapiatti per campare: per lui una stanza, mezza, un quarto di stanza a Roma proprio non esiste, e gli tocca stare con i suoi, dormendo perennemente in flixbus. Nelle tre volte che è evocato in scena il povero Davide chiede, implora, elemosina un posto dove consistere facendosi sempre più evanescente, fino a scomparire.
Sul versante della casa c’è poi il momento surreale in cui si sviluppa un’altra dialettica stringente: quella tra l’ufficiale giudiziario e il suo collega (gli infami) che devono sfrattare gli occupanti di casa abusivi (gli stronzi).
In un italiano che sconfina spesso e volentieri nel romanesco (ma anche lì bisogna chiedersi di volta in volta di quale parte della città, se Roma Nord o Roma Sud) vengono insomma enumerate le contraddizioni e le disfunzioni dell’epoca contemporanea, caratterizzata da un’ansia fagocitatrice che non risparmia nemmeno un simbolo come Pier Paolo Pasolini, da tutti celebrato in ogni possibile ricorrenza e con ogni possibile pretesto, mentre lui – dal canto suo – pensa solo a mangiare:
Ciao, sono Pier Paolo Pasolini
E oggi ti insegno a fare l’amatriciana
Sì, lo so.
Ti hanno raccontato che sono un intellettuale
Un amico del sottoproletariato urbano
Un pensatore contro corrente
L’ultimo critico della società dei consumi
Ti hanno detto
che io scrivevo
che io facevo film
che io sapevo i nomi
Tutte cazzate.
Adesso sono morto
e
posso
uscire allo scoperto
Posso dire la verità
A me nella vita
mi piace mangiare
a me
di quella classe sociale
Di quei burini
gnoranti
Mi piaceva solo come mangiavano
Ma di fronte a tutta questa bruttura emerge infine l’idea luminosa, la risoluzione finale: creare la Smart City, la città-non città del domani, in cui convertire tutti i centri abitati italiani, iniziando dalla celeberrima Gradisca d’Isonzo. E ovviamente, in un simile contesto ideale, la sinistra, intesa come parte politica, non può che essere una delle principali attrazioni, tanto da divenire addirittura un Luna Park:
Dopo un periodo di agonia
possiamo con serenità
declassare la sinistra
a fenomeno di degrado urbano
[…]
ma visto che
visto che siamo inclusivi e accoglienti
abbiamo pensato che alla sinistra
sarà destinato un piccolo habitat
la sinistra diventerà (prego, la slide)
un parco divertimenti
ed ecco la brochure.







