Amin torna a Sète, dalla sua famiglia, per passare un’estate lontano da Parigi, dove ha appena lasciato la facoltà di medicina. Nella piccola cittadina della Francia meridionale affacciata sul Mediterraneo ritrova parenti, amici e amori d’infanzia. Tra giornate al mare e serate in discoteca, tra nuove conoscenze e vecchie relazioni, si consuma velocemente una stagione che sembra poter durare per sempre, ma che in realtà è solo un altro passo verso l’età adulta.

Hanno tutta la vita davanti, i ventenni di Kechiche. Pensano all’oggi e si godono il momento. Nelle loro vite il futuro sembra troppo lontano per destare preoccupazioni o generare ansie. L’orizzonte temporale più remoto è quello della fine delle vacanze, almeno per chi, sul mare, non ci vive tutto l’anno. Le aspirazioni, le aspettative, i sogni sembrano ancora tutti a portata di mano, che tanto sono lì e nessuno te li può rubare.

Ma è un altro mondo, rispetto a oggi, quello dell’Europa del 1994, l’anno in cui Mektoub, My Love: Canto Uno è ambientato. Non ci sono terrorismi alle porte e la guerra si combatte fuori casa. In Francia si è tutti francesi, inclusi i giovani di origini tunisine che, tra famiglie allargate e caciarone e ristoranti nordafricani-asiatici, pensano prevalentemente a divertirsi.

Così, al centro delle vite di Amin, Ophélie, Tony e degli altri, ci sono le storie d’amore e di sesso, le piccole divagazioni sentimentali che sembrano assolute prima di dissolversi velocemente nel vento della sera, le gelosie, i pettegolezzi e la voglia di spassarsela, senza affanni e moralismi.

Abdellatif Kechiche dirige il Canto Uno di una trilogia sulla vita (la seconda parte è già stata girata) e cattura con ineffabile sensibilità e incredibile spontaneità la giovinezza di un gruppo di ragazzi come tanti, impegnati ad amarsi e a lasciarsi, a nascondere tradimenti e rivendicare passioni, a esibire e condividere i propri corpi. Un viaggio generazionale raccontato attraverso la carica sessuale dei protagonisti, esplosiva come non potrebbe essere altrimenti, in quel momento, per loro.

Senza morbosità o voyeurismo, Kechiche indugia continuamente sulla corporeità degli attori, sui loro fisici baciati dalla giovinezza, forti di una bellezza che è al suo apice e che – probabilmente – non sarà mai più così prorompente e pura. Mektoub, My Love: Canto Uno è un racconto naturalissimo, un’istantanea di tre ore che, dritta, leggera e semplice come non mai, non si preoccupa di veicolare messaggi, ma preferisce cogliere l’attimo, immortalare emozioni e sensazioni irripetibili che solo quell’età può regalare.

L’elemento fisico, il fattore ormonale, imprescindibile in un’estate da ventenni, diventa la chiave di lettura di un momento che nella vita di ognuno non sarà mai allo stesso tempo così significativo senza poterne cogliere l’importanza, così unico senza immaginarne l’universalità e così dirompente da non poter letteralmente pensare ad altro.

Il regista – già Palma d’Oro per La vita di Adele – partecipa delle vite di questi ragazzi senza giudicare né intromettersi, con sontuosa padronanza del mezzo cinematografico e raffinato talento narrativo. E il Destino di cui parla il titolo (indissolubilmente legato all’Amore) è quello che guida questi ragazzi verso un futuro a cui non stanno ancora pensando. Grandissima prova corale degli attori, molti dei quali per la prima volta sul grande schermo, capaci di una naturalezza e di una spontaneità rare.