Hanna è, per usare un eufemismo, giunonica. Il suo peso le impedisce di sfruttare appieno il suo talento, ovvero la sua splendida voce. Nessun discografico produrrebbe una cantante con un immagine così poco vendibile. Così Hanna è costretta a fare la “ghost singer”, a prestare la voce a una sensuale e stonata oca, Ammy, che non sa cantare, ma è bellissima e sa dimenarsi sul palco.
Il peso di Hanna, con la timidezza e la goffaggine che ne conseguono, le impedisce anche di fare breccia nel cuore del bel Song-joong, produttore di Ammy, che tratta la nostra protagonista in modo carino solo per tenerla buona. La goccia che fa traboccare il proverbiale vaso si ha il giorno in cui Hanna subisce una profonda umiliazione proprio da parte di Song-joong. La ragazza scompare, e dopo un anno di chirurgia plastica ed esercizio fisico si trasforma in una splendida venere che si fa chiamare Jenny e che vuole sfondare nel magico mondo della musica. Non tutto va come dovrebbe, e quando Hanna rinnega gli amici e il padre malato per difendere la nuova identità e il nuovo status acquisito, capisce che forse il gioco non valeva la candela.
Cosa succede quando non si riesce più a distinguere tra un’altra solita commedia americana e un film dello stesso genere ma proveniente dalla Corea del Sud, non foss’altro per i tratti somatici degli interpreti? Succede che il cortocircuito della globalizzazione cinematografica ha fatto il suo corso. Stiamo parlando della commedia coreana di maggior succeso ai botteghini in questa stagione, con 45 milioni di dollari; un film che con i connazionali predecessori ha in comune solamente il classico, magistrale utilizzo dei personaggi di contorno, esilaranti macchiette interpretate da ottimi caratteristi.
Per il resto sembra di essere a Hollywood, tanto gli ingredienti sembrano essere simili: una morale sgangherata esposta in modo scalcagnato che serve a giustificare velleità autoriali, un sistematico ricorso a strategie melodrammatiche e patetiche nel finale per generare qualche facile lacrima, una bellissima attrice (Kim A-jung, When Romance Meets Destiny, che canta anche le canzoni in questo film) e una colonna sonora (trattandosi pur sempre di un film che tenta di entrare nelle stanze dei bottoni dell’ambiente dell’industria discografica) molto commerciale e accattivante. Detto questo, la pellicola strappa qualche risata, ma alla stessa maniera di un film di Eddie Murphy, e non delle belle commedie coreane alle quali il festival di Udine ci aveva così ben abituati negli anni passati.
200 Pounds Beauty
Regia: Kim Yong-hwa
Anno: 2006
Durata: 116′ min
Stato: Corea









