Claudio Ambrosini, un classico della musica contemporanea, ci comunica la sua soddisfazione per l’accoglienza
avuta dell’ultima sua creazione – l’opera “SEX un limite” commissionata dal Ministero Francese dell’Arte – ai teatri nazionali di Lione e di Norimberga. Non si è spento ancora l’eco del successo avvenuto pochi mesi fa al Teatro S. Carlo di Napoli dopo l’esecuzione della famosa “Big–Bong Circua”, opera presentata in prima mondiale al Festival Musicale di Venezia nel 2002.
Laureato in letteratura e lingua inglese a Ca’ Foscari e docente di composizione musicale al Conservatorio di Padova trova quotidianamente la sua realizzazione umana e artistica nell’immersione suggestiva nella vox populi lungo le calli della sua Venezia. Maestro di musiche anticipatrici e raffinate, ma non solo, di un gusto piacevolissimo e spontaneo nell’accostare e nel creare calore umano.
Maestro – iniziamo così la nostra conversazione – per definizione un Festival sia esso cinematografico, canoro o di danza ha la funzione di divulgare, fare conoscere, conquistare un pubblico sempre più vasto, specie quello dei giovani. Il Festival di musica veneziano si presenta invece ad ogni edizione come rivolto a una élite di specialisti, restando poco accessibile agli altri. Condivide questa diagnosi?
Sono d’accordo solo in parte. L’impostazione che ha dato quest’anno il direttore del Festival, Giorgio Battistelli, è quella di accontentare palati musicali diversificati. Si sono avute, ad esempio, serate in cui veniva offerta una musica di impostazione elettronica, molto seguita dai giovani. Anche la parte sinfonica è stata caratterizzata dalla presenza di pezzi molto variabili e di una appercettibilità spontanea e travolgente. Abbiamo assistito a scuole musicali non uniformi, articolate su di una linea liberalizzante per più scuole di pensiero. Voi mi chiedete se la sola musica si sente inadeguata, se ha bisogno di supporti, coinvolgendo danza e immagini sino ad abbracciare i sensi in una ebbrezza dionisiaca come è avvenuto nel “Symposion”, esplosione di vari autori. La musica è musica, se immessa in altre espressioni artistiche viene ad essere arricchita dando a sua volta arricchimento… Nel caso del “Symposion” occorre scorgervi lo spirito della festa: gli antichi greci alternavano musica e cibo, come è spontaneo in una accolta di giovani e non giovani in gioiosa brigata. Tutta l’atmosfera è riportata al gusto della grecicità.
Mi dite che si è puntato sul rap in qualche esecuzione, criticando che rifugiarsi sulla parola è minimizzare la musica, osservando pure che le problematiche sociali formano oggetto di indagine sonora. E’ ovvio che ogni musicista vive in completezza nel suo tempo, riportando nella sua ispirazione ogni elemento intimo ed esteriore che lo fa soffrire e che sente suo e del suo popolo. Poi bisogna stare attenti che ad esempio Robert Ashley ha 75 anni e lui questo tipo di musica, il rap, lo ha creato trent’anni fa. Se questi ragazzetti oggi lo gustano e lo imitano è tutto un altro discorso. La musica di consumo è il sottoprodotto del sottoprodotto di una musica di ricerca fatta decenni e decenni fa.
Mi chiedete che funzione abbia svolto nel panorama musicale questo Festival che oggi celebra i suoi cinquant’anni. Oggi è un po’ sotto tono, ma è stato uno dei più importanti del mondo. Vedi ad esempio il commissionamento a Stravinskjj della “Carriera di un libertino” o del “Prometeo” di Luigi Nono. Ora il nostro Festival si dibatte nelle angustie delle sovvenzioni. Pensate che il baget strimenzito dell’attuale festival è pari a quello che serve per le spese dei costumi di una qualunque opera lirica. E’ già un miracolo che si sia svolto anche quest’anno il nostro Festival, soprattutto per opera dell’avvedutezza di Battistelli che ha puntato sulle coproduzioni in modo da ridistribuire i carichi di spesa.
Le produzioni musicali che mi hanno più impressionato sono molteplici, come “Contretemps” di Georges Aperghis, o come “Fama” di Beat Furrer. Sono partiture musicali anticipatrici e molto avanti nella ricerca. Quello che mi ha favorevolmente impressionato è che questo Festival non è stato autoreferenziale. Purtroppo altri vi imponevano le loro opere senza dare spazio ad altre correnti.
Voi dite che si ha la sensazione che le opere più gradite dagli spettatori siano quelle che esplicitamente o in forma più velata si richiamano ai grandi classici.. Io vi esorto a riflettere che bisogna ascoltare più volte la musica contemporanea. Avvertirete momenti di una dolcezza esaltante. Al primo impatto questa musica produce a un certo spaesamento. Anche ascoltando il Jazz a suo tempo pochissimi ne erano attratti, ora invece strarippa in ogni dove.
Si. Certo anche la musica contemporanea indaga nel suo percorso nell’ambito del sacro. L’arte è una cartina di tornasole di ciò che accade nel mondo, nell’umanità. Dove va l’umanità va anche l’arte.






