“Il vino parla…è un bel complimento…È proprio questo che crea la differenza: o produci vini seguendo il gusto del mercato che detta le regole e allora sono tutti simili, e uguali ogni anno, oppure cerchi di creare dei vini di grande personalità. Questo secondo approccio è quello che mi si addice. Da questa valutazione è nata l’idea di trasmettere attraverso l’etichetta una delle mie passioni, una cosa in cui credo, cioè l’arte.”(Alois Lageder)
Leggendo qualche intervista rilasciata da Alois Lageder si può più facilmente intuire il “perché” delle linee guida della sua azienda. Attraversare il borgo di Magrè, facente parte del Consorzio Turistico Bolzano Vigneti e Dolomiti, e fermarsi a Im Paradeis degustando vini, fa in modo che qualsiasi visitatore si lasci trasportare da qualcosa di coinvolgente, che come un tessuto fitto e resistente, riesce a tenere insieme ogni tassello dell’azienda Lageder, dove numerose porte aperte si trasformano in confini da attraversare con riti di passaggio profondamente radicati nell’identità di un luogo, di un uomo, dell’arte.
Ciò che si ritrova su quella che può sembrare una semplice etichetta di bottiglia è l’arte che per Alois Lageder rappresenta l’identità di una tradizione aziendale, l’arte che riesce ad ispirarci e sensibilizzare la nostra creatività. Il progetto delle etichette per la linea dei vini Classici è stato realizzato da affermati artisti italiani. Il progetto non è che la naturale conseguenza del cantiere creativo inaugurato nel 2001 con il progetto artistico “Ansitz Lowengang”. In collaborazione con lo studio SGA corporate & packaging design di Bergamo, Alois Lageder ha pensato di stringere i legami tra il suo prodotto, il vino, e l’arte contemporanea. Nessuno degli artisti coinvolti (Elisabeth Hölzl, Mario Airò Eva Marisaldi Marcello Maloberti Luca Vitone) si è limitato a cercare delle corrispondenze iconografiche o “rappresentative” di questo o quel particolare aspetto del vino: tutti hanno vissuto cercando di cogliere per osmosi ogni caratteristica del prodotto, tutte le fasi della lavorazione del vino, non escludendo il processo stesso e chi ne fa parte, le risorse umane, quelle naturali e tecnologiche. Nei cinque lavori selezionati gli artisti non hanno costruito immagini a partire da un repertorio iconografico, ma hanno ricalcato la realtà, utilizzandola direttamente come elemento estetico.
L’efficacia del risultato sta nell’aver colto l’identità del prodotto, e i più profondi valori immateriali ad esso connessi in un ciclo “organico” di visioni dell’azienda.
Nell’opera di Elisabeth Hölzl la Luce filtra da una grata. Lei stessa afferma: “traspirazione, permeabilità, mutazione, filtraggio, sedimentazione sono i processi chiave nell’immenso, instancabile respiro del mondo, attuato nel continuo scambio di acqua, ossigeno e luce tra cielo e terra”. Il risultato sull’etichetta dell’idea di portare la luce come valore aggiunto nel processo di vinificazione è un richiamo alla trasparenza e alla porosità del suolo. La simbiosi tra la Terra altoatesina e la superficie dell’etichetta è resa da Mario Airò attraverso il frottage, cioè il calco in grafite eseguito a contatto con la superficie scabra delle pietre. La terra, apparentemente anonima e tutta uguale, trasmette con i suoi segni la profonda diversità, una diversità che determina la “personalità” di ogni vino. L’etichetta di Eva Marisaldi rappresenta in forma stilizzata una foglia di Vite: il picciolo scivola sulla bottiglia come una goccia che scioglie l’etichetta.
Nell’opera di Luca Vitone il Vino diviene colore, pittura. Il vino, acquerello astratto, che rispecchia e ritrae se stesso. L’etichetta svela così ciò che è celato dall’opacità della bottiglia. E infine l’idea che forse più delle altre lascia a bocca aperta, fa letteralmente venire la pelle d’oca per l’efficace sensibilità che si trasmette attraverso un segno: Marcello Maloberti ha pensato di riprendere nel suo progetto di etichetta il disegno delle linee del palmo della mano di Alois Lageder, l’Uomo. Queste linee esprimono il contatto tra la mano che ha creato il vino e la mano che lo verserà. Il segreto gioco di linee, profondamente astratto di primo acchito, ma in realtà estremamente concreto, richiama la nervatura di una foglia, le pendici di una montagna, ma soprattutto la mano che raccoglie, che segue l’uva nel suo mutarsi in vino in modo costante e quasi rituale, come un’impronta ben visibile sull’etichetta. È così che, come dice l’artista: “Ogni persona che impugna la bottiglia metterà in CONTATTO il palmo e le linee della propria mano con quelle di colui che ha creato il vino …”
Per informazioni:
www.aloislageder.eu
Consorzio Turistico Bolzano Vigneti e Dolomiti
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