venerdì, Luglio 31, 2026
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Retrogusti musicali – “Pet sounds” dei Beach Boys

L’armonia segreta di un genio nascosto

RetroGusti Musicali
A volte, meno spesso di quanto si vorrebbe, le belle sorprese arrivano dal passato. E inaspettate, come ogni sorpresa che si rispetti. Presi a immaginarli su una spiaggia californiana, a suonare al vento per un gruppo di scatenati pionieri della tavola e dell’oceano, abbiamo dimenticato la realtà sui Beach Boys. Cioè che sono un grande gruppo pop. Non solo, che hanno preso lo spirito e la lettera musicale dei Beatles e l’hanno trapiantata in America. Non solo, i baronetti inglesi li hanno anche superati. E sono assurti al rango di piccoli geni della musica. E tutto con un disco di pura bellezza come “Pet sounds”.

Dopo alcuni anni di successi balneari, creando quella che tutt’oggi definiamo surf music, Brian Wilson – leader del gruppo – decise di alzare il tiro, si isolò dall’attività live del gruppo e si dedicò alla composizione di quello che sarebbe stato la chiave di volta del pop fino a quel momento, la dimostrazione che si può parlare al pubblico ampio della neonata società di massa, farlo ballare e cantare con suoni e arrangiamenti raffinati e geniali, usando una strumentazione enorme, paragonabile a un’orchestra sinfonica (e lo spirito compositivo di Wilson in parte è quello), un’innata capacità melodica e armonica e una sperimentazione sui suoni e le strutture senza precedenti, tanto da far affermare a Paul McCartney che senza Pet sounds, non esisterebbe Sgt. Pepper’s lonely heart club band.

Anche nei pezzi più immediatamente riconducibili alla band, come l’iniziale e irresistibile Wouldn’t it be nice, si scorge qualcosa di nuovo e maturo, nella malinconia sotterranea del cantato, nell’uso di ritmi e strumenti più calibrati e meno comuni, così che la successiva e meravigliosa You still believe in me, giunga ad annunciare esplicitamente il salto di qualità del gruppo, attraverso l’uso incantevole della melodia e la geniale ironia di campanelli di bicicletta e clacson.
Wilson e soci, in quel lontano 1966, sembravano aver cominciato a sentire dove soffiasse il vento, non solo musicale (tanto che i loro dischi successivi si avvicineranno parecchio al movimento politico di quegli anni), e quindi non sorprende che le atmosfere si venino di un’evidente ed emozionante tristezza, in cui l’uso al solito esemplare dell’armonia vocale fa da solare controcanto.

Come se sulle spiagge di Malibu fosse calata una delicata nebbia al tramonto, il disco sorprende e s’impone per il modo in cui il complesso mix tra intenti e atmosfere tanto differenti risulta perfettamente armonico, in cui il gusto del ritornello e della melodia cantabile, che la voce di Wilson rende insuperabile, si sposa perfettamente con la sperimentazione sui suoni e sulle strutture.
In pratica, il gruppo fa musica colta, diremmo contemporanea per l’uso dei suoni e dei rumori, avvolgendola in un tappeto che resta nelle orecchie e nel cuore dell’ascoltatore: come nel trascinante break strumentale di Here today, in cui basso e tastiere anticipano quasi i suoni di dieci anni dopo, nella fanfara di Trombone dixie, che in chiusura di disco da’ il via alla rivoluzione beatlesiana, nel dolente addio di Caroline no, con tanto di treno che porta via l’amore, nel romanticismo sussurrato di Don’t talk, nella definitiva rinascita della title track, solo musica senza concessioni a facili scelte.

Un disco che cresce con gli ascolti e gli anni, che non fa mai pesare la sua grandezza e bellezza e si pone semplice e immenso, come ogni capolavoro degno di questo nome; a volergli trovare un difetto i refrain di I know there’s an answer e Hang on to your ego sono molto simili. Ma sono piccolezze, alleviate dal fatto che la seconda delle due canzoni è talmente bella da far pensare ad alcuni brani di Bruce Springsteen. Che per chiunque ami il rock è come la Bibbia per un cattolico. Basta la parola.