Bruno e Greta hanno perso il loro bambino, un ragazzino sveglio, creativo. È scomparso una notte sulla spiaggia, inghiottito forse dal mare, mentre la famiglia era in vacanza nella loro casa, affacciata sull’oceano.

Le rughe feroci e precoci solcano il volto dei due sposi in lutto.
Dopo nemmeno un anno, Greta e Bruno hanno deciso di vendere quella casa; e ad aiutarli a inscatolare tutto, arriva l’anima pragmatica di un’amica d’infanzia di Greta.
Bruno è silenzioso, Greta cerca di colmare il vuoto con alcuni sorrisi stentati e cercando di essere il più ospitale possibile con la sua amica.
Tutto è pronto per la vendita, ma Bruno accende il videogioco del figlio, ripescato in fondo all’oceano. E incredibile ma vero, funziona: c’è lo stesso gioco, con i personaggi “creati” dal ragazzino. Bruno inizia una sua risalita verso la luce, è convinto che quel videogioco con quel mostro mitologico – Kaiju – come protagonista, voglia comunicare qualcosa.

Piedra Noche, scritto dal regista con Santiago Loza e Martín Felipe Castagnet, è un film che non ti aspetti, e sorprende, è un dramma teso che lavora di sottrazione con un’apprezzabile cura nella costruzione dell’atmosfera.
Anche se il regista pone il suo sguardo con un obiettivo documentaristico, l’elaborazione del lutto è trattata in modo pudico; non nasconde, ma non invade.
Nell’osservare la quotidianità di queste due anime, il regista conquista lo spettatore nel consolante ed emotivo, “favolistico”, climax finale: un ponte fantasioso, un collegamento immaginario, per l’ultimo saluto al figlio.