Scene di Paglia 2026, il Festival dei Casoni e delle Acque diretto da Fernando Marchiori e giunto alla sua diciassettesima edizione, si è concluso nel migliore dei modi con Le fenicie di Balletto Civile, andato in scena il 5 luglio scorso ai Casoni della Fogolana, in provincia di Padova.
La rinomata compagnia di teatrodanza capitanata da Michela Lucenti, che – oltre a essere in scena – ha curato anche regia e coreografia dello spettacolo (mentre la drammaturgia è firmata anche da Emanuela Serra e Maurizio Camilli) ha presentato un grande spettacolo.
Euripide intitola la sua tragedia al coro di giovani donne provenienti da Tiro (o forse più verosimilmente da Cartagine, che di Tiro era una colonia), e destinate al tempio di Delfi per servire Apollo, il dio che aveva concesso una vittoria alla loro città. Esse posseggono dunque uno sguardo ‘esterno’ rispetto a una ‘trama’ che cerca di riassumere tutta la variegata saga dei Labdacidi, dall’omicidio di Laio all’avvento al trono di Edipo dopo aver sconfitto la Sfinge. Il suo regno, fondato su un inconsapevole incesto, provocherà, come tutti sappiamo, una serie di eventi funesti, tra cui la guerra fratricida tra Eteocle e Polinice, la controversa sepoltura di quest’ultimo (causa della morte di Antigone) e l’esilio dello stesso Edipo, accecatosi, nell’ospitale città di Atene. Il poeta mette insieme in modo magistrale questa sorta di ‘catalogo’ delle sventure tebane in una delle sue ultime prove drammatiche (la datazione più probabile sono le Grandi Dionisie del 409) e in modo decisamente troppo frettoloso le sue Fenicie sono state inghiottite nell’oblio delle rappresentazioni teatrali.
A restituirci il portato tragico di quest’opera pensa ora in modo emozionante e impeccabile proprio il gruppo di Michela Lucenti in uno dei suoi lavori più teatrali, alludendo con questo aggettivo alle molte parti verbali e recitate.
Ad aprire le danze è Ambra Chiarello nel ruolo di corifea, che sorprende, oltre che per la sua intensa interpretazione vocale, anche per l’inserimento, rallentato e straniante, di una celebre hit dei primi anni Ottanta come Purple Rain di Prince, con la sfumatura di simbologie che l’accompagnano.
La parola si fa gesto e canto nel prendere per mano e restituire in modo straordinario al pubblico tutte Le fenicie, seguendo quasi sempre l’ordine che Euripide costruisce agli eventi. La danza è uno dei motori dell’azione, in una coreografia corale di enorme impatto emotivo, da cui si stagliano di volta in volta le individualità che compongono i quadri. Tra queste, la Giocasta incarnata dal corpo e dalla voce della stessa Michela Lucenti, madre affranta e allo stesso tempo combattiva nel tentativo frustrato di mettere pace tra i due figli nemici e scongiurare ennesime morti e distruzioni al suo popolo.
Quella tra la lei, Polinice e Antigone appare quasi una ‘danza di famiglia’ dai risvolti tragici, che sembra senza dubbio fare diretto riferimento alla terribile situazione in cui ci troviamo oggi immersi. Del resto, proprio a proposito di questo spettacolo, nelle note di presentazione firmate dalla compagnia si legge: «Come sempre negli spettacoli di Balletto Civile la danza si piega senza paura a essere narrativa e non descrittiva, bensì in contatto con la sua origine cioè come forma di dialogo visivo con la Polis».
La cieca smania di potere è ben rappresentata dalla figura di Eteocle (Fabio Bergaglio), che adduce spuntate motivazioni al suo diniego di abdicare nei confronti del fratello, come era stato pattuito, e la cui essenza si svela in un botta e risposta ripetuto più volte: «Se ti proponessi la città tu cosa sceglieresti? Regnare, regnare, regnare!».
In un punto la drammaturgia si scosta volutamente dal dramma originario. Si tratta dell’episodio di Meneceo (Giovanni Fasser), figlio di Creonte (Maurizio Camilli), da Euripide collocato circa a metà tragedia: Tiresia, l’indovino, convocato dallo stesso Creonte gli rivela che soltanto la morte del ragazzo potrà evitare la distruzione di Tebe. Al rifiuto sdegnato del padre, Meneceo finge di assecondarlo e di accingersi a fuggire, per poi invece immolarsi provocandosi volontariamente la morte. Ebbene, in queste Fenicie quell’atto eroico e terrificante viene invece posto alla fine, ampliandone la pregnanza drammatica e dando vita a uno dei momenti più lancinanti dell’intero spettacolo, la straziante danza di Creonte con il figlio morto. Questa scelta, oltre che essere drammaturgicamente azzeccata, permette alla figura del fratello di Giocasta, sempre considerato nel grigiore e nell’ottusità dei suoi divieti, lui re ‘per eredità’ e non per conquista o per merito in battaglia, di assumere uno spessore tragico inedito fornitogli dalla sua identità di padre disperato.
Ma, così come nel testo antico, in chiusura compare anche Edipo (Antonio Carta) per accomiatarsi dopo essere stato in precedenza alla testa del coro, che guida nelle sue comparse in scena in fila indiana quasi a simboleggiare l’incedere alla cieca del genere umano.
Il finale è lasciato a un lungo e appassionante momento di danza su strepitose sonorità occitaniche che mescolano dionisiaco ed elegia.
Balletto Civile ci regala un lavoro rigoroso e allo stesso tempo potente, che riesce a creare solchi e fratture colpendo al cuore gli spettatori, anche grazie ai magnifici costumi di Giulia Spattini e all’indovinato disegno luci di Lorenzo Diofili. Gli interpreti/danzatori sono tutti da menzionare per la loro bravura: Fabio Bergaglio, Maurizio Camilli, Antonio Carta, Ambra Chiarello, Francesco Collavino, Cecilia Francesca Croce, Giovanni Fasser, Michela Lucenti, Emanuela Serra, Giulia Spattini, Mirco Tosches.
Le atmosfere rarefatte sono amplificate poi dal cantare delle raganelle all’imbrunire, quasi un’altra colonna sonora che rende magico il racconto scenico.








