Andrzej Wajda: una vita per il cinema

Un Maestro che riflette sulla storia del suo popolo e dell’Europa

Il regista polacco ritira il Premio Persol della 70. Mostra del Cinema
Wajda è notoriamente il decano e il più anziano dei grandi registi polacchi viventi (il buon Jerzy Kawalerowicz ci ha lasciati qualche anno fa), ed è sorprendente come continui ad essere attivo e vivamente critico sulla storia della sua patria. Anzi, complici la maturazione definitiva e la saggezza dell’età proprio dopo la caduta del comunismo egli è riuscito ad affrontare i temi spinosi che per anni il regime gli aveva vietato di trattare: prima con Katyn, ora con il film dedicato a Lech Walesa che offre il destro alla Mostra veneziana di dedicargli un premio (il Persol). Certo per un premio Oscar (anche alla carriera), Orso d’oro e vincitore di Cannes, nonché punto di riferimento del cinema europeo, non è forse il riconoscimento più ambito, ma approfittiamo dell’occasione per riassumere in breve la sua carriera.

Negli anni Cinquanta della Polonia postbellica, solo parzialmente liberi da condizionamenti esterni, era inevitabile che un giovane regista alle prime armi cercasse la giusta misura per dipingere il recente passato di un paese appena caduto nelle grinfie del blocco sovietico, ma immerso in una temperie sociale non del tutto dittatoriale e censoria: ne sono testimonianza i complessi e già maturi episodi de I dannati di Varsavia (1956), Cenere e diamanti (1958) e Lotna (1959), con i quali il coraggioso artista cerca la via per esprimersi su temi alti quali l’onore, la sopravvivenza dei valori umani e il destino del proprio popolo nei momenti critici. Sono tutti film che girano attorno a episodi sofferti della guerra mondiale, in cui, ricordiamolo, la Polonia dovette subire lo shock e l’umiliazione di un attacco contemporaneo da parte di entrambi i totalitarismi, in mezzo ai quali ebbe la sventura di venirsi a trovare.


Seppur temi in un certo senso “obbligati” e ufficiali, essi non costringono mai il nostro al compito tendenzioso svolto su stretta commissione del regime, e, complici ottimi sceneggiatori, buoni testi letterari di partenza e una forte visione metaforica e severa dell’esordiente Andrzej, questi sono divenuti tutti classici europei, oltre che polacchi. Ma a dimostrare che esiste anche un modo espressivo alternativo arriva il sagace e malizioso Ingenui perversi (1960), su sceneggiatura di quell’enfant prodige e giovane arrabbiato di Jerzy Skolimowski, che da lì in poi intraprenderà una formidabile carriera autonoma. Fra le corde del maestro possiamo ritrovare dunque non solo approcci coraggiosi a temi controversi, ma anche la leggerezza mozartiana di un flirt fra giovani.

Arriva poi il periodo delle grandi, e forse a volte un po’ stanche, trasposizioni dai grandi classici della letteratura polacca, con Paesaggio dopo la battaglia (1970, da Borowski, fondamentale esempio di letteratura concentrazionaria), Il bosco di betulle (1970, da Iwaszkiewicz, che tornerà a ispirarlo con l’intimista Le signorine di Wilko), Le nozze (da Wyspianski, rappresentante della letteratura romantica intrisa di simbolismo) per arrivare a uno dei suoi innegabili capolavori, il travolgente Terra della grande promessa (1974, da Reymont).

Non c’è momento cruciale della storia del proprio paese che questo vivace osservatore e severo commentatore non abbia affrontato: lo conferma il ritratto in due episodi dell’uomo socialista, prima di marmo (1976), poi di ferro (1981, più fiacco, ma premiato con la Palma d’oro). Non mancano però in questa filmografia interessanti sconfinamenti geografici, come quelli nella letteratura russa (da Leskov al Dostoevskij de I demoni, a Michail Bulgakov) o nell’affascinante mondo dell’inglese di origini polacche Conrad.

Wajda, non dimentichiamolo, è anche regista teatrale, autore di documentari e collaboratore di progetti a più mani, come il Solidarnosc, Solidarnosc (2005) in cui con altri dodici compatrioti approfitta del 25° anniversario del movimento sindacale omonimo per guardarsi alle spalle e capire dove è arrivata la sua patria, dove sta andando l’Europa. Discorso che continua con il suo ultimo film, dedicato proprio all’operaio simbolo del movimento della “Solidarietà”.
Per questo, nonostante certa pesantezza di alcune sue pellicole, e una apparente monotonia stilistica, non si può non annoverarlo fra le colonne portanti della cultura cinematografica del nostro continente.

Foto a cura di Romina Greggio Copyright © NonSoloCinema.com – Romina Greggio