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Bill Plympton al Trick Animation Festival

Short, cheap and funny


Tra giovedì 17 e domenica 20 marzo, mentre al Bergamo Film Meeting volgeva al termine la retrospettiva sulla portoghese Regina Pessoa, autrice di pochi, ma preziosissimi, film, al Museo della scienza e della tecnica di Milano si svolgeva la prima edizione del Trick Animation Festival, rassegna organizzata dall’associazione Esterni. E intanto il 19, a Palazzo reale, sempre a Milano, venivano presentati i lavori un animatore sui generis come William Kentridge, Decisamente, un week-end con l’imbarazzo della scelta per gli appassionati di animazione lombardi!

Tra le opere presentate al Trick animation festival spiccava senza dubbio la retrospettiva di Bill Plympton, figura che ha saputo ritagliarsi uno spazio singolare tra i lungometraggi ad alto costo dei grandi studios e le piccole produzioni “indipendenti” destinate a festival e rassegne d’arte. Oltre alla proiezione delle opere che compongono la sua nutrita filmografia, il festival milanese ha messo in programma una interessante masterclass in cui Plympton ha esposto la sua concezione del cinema d’animazione.

Alla masterclass, a cui ha assistito anche Bruno Bozzetto, il regista americano, rivendicando “l’indipendenza” come condizione fondamentale del suo lavoro, ha ripercorso le tappe fondamentali della sua carriera. Ha ricordato di quando, ragazzo appassionato di disegno, sognava di entrare alla Disney e di quando – acquisita fama come autore dei primi corti, oltre che come caricaturista e vignettista – ricevette una lauta offerta dalla stessa Disney che però finì per rifiutare, perché quel contratto avrebbe segnato la fine della sua indipendenza (“da quel momento ogni mio lavoro, ogni mia idea, perfino ogni mio sogno sarebbero diventati di proprietà dello studio”). Con spirito pragmatico tipicamente americano il regista ha parlato della sua attività di animatore non solo sotto il profilo artistico ed espressivo, ma anche come forma di impresa economica. Ha così ricordato le tre regole di quello che ha definito il suo “dogma”: “se volete fare soldi con l’animazione dovete seguire tre semplici regole, ovvero dovete fare film che siano (1) brevi (short), (2) a basso costo (cheap) e (3) divertenti (funny)”.

Quello di Plympton è un cinema sostanzialmente alieno da sperimentazioni sulle tecniche, da ricerche “fini a se stesse”. È piuttosto un cinema che privilegia il rapporto immediato e la comunicazione col pubblico e che sembra nascere dal piacere fisico del disegno. Quasi tutti i suoi lavori si riconoscono per un disegno in cui le figure si caratterizzano per la presenza di marcate ombreggiature delineate con rapidi tratti (nella masterclass ha sottolineato di trovare “sexy” aggiungere ombreggiature alle sue figure).

I risultati migliori li ha raggiunti nei cortometraggi, tra cui i celebri (e nominati all’Oscar) Your face (1987) e Guard dog (2004). Tematicamente è una produzione molto varia, nella quale emerge l’intelligente rivisitazione dei fondamentali della comicità dell’animazione “classica” (Warner bros., ecc.) – la sfida tra il custode del parcheggio e il ciuffo d’erba in Parking (2001), per dire, sembra riecheggiare la forma delle gag di Will Coyote. Frequente è la rappresentazione grottesca del sesso (come in How to kiss, 1989), che può far emergere qualche analogia di ispirazione con certi vecchi corti di Guido Manuli. L’umorismo ha spesso una nota macabra (come in 25 ways to quit smoking, 1989 o in Surprise cinema, 1999). Talvolta emerge una rappresentazione ironica e critica della società americana, che può anche assumere una esplicita dimensione di satira politica (come in Boomtown, 1985, nato dalla collaborazione con Jules Feiffer).

Nei lungometraggi non sempre l’invenzione narrativa ha il respiro sufficiente per reggere la lunga durata: a tratti possono apparire diseguali e, tra gag riuscite e brillanti idee grafiche, possono far emergere anche qualche momento di stanchezza. Lavori come Hair high (2004), contaminazione tra la descrizione – in parte autobiografica – del mondo delle high schools con l’immaginario del b-movie horror, o come Idiots & angels (2007), che il regista ha definito come un lavoro con una vena “mistica, religiosa” (al protagonista crescono delle ali, e da quel momento la sua vita risulta dominata dal conflitto tra bene e male) sono comunque film che meritano di essere segnalati.

La masterclass è stata anche l’occasione per vedere anticipazioni di alcuni work in progress. Abbiamo così visto l’“animatic” (ossia una sincronizzazione tra i disegni dello storyboard e la colonna sonora) del prossimo titolo della serie (iniziata con Guard dog) del suo character più noto, il cane zelante e sfortunato (il suo zelo inopportuno sembra l’esatto contrario della flemma di Droopy, per citare un character classico dell’animazione americana). È stata poi la volta del “pencil test” (ossia una prima animazione) di Cheatin’ (questo è il titolo provvisorio di un lungometraggio che riguarda una coppia in cui entrambi pensano di essere ingannati dall’altro/a). E, infine, tra i questi “lavori in corso”, è apparso anche il restauro di Flying house di Winsor McKay. Definito da Plympton come il “più grande animatore di tutti i tempi”, McKay realizzò questo cortometraggio (che si svolge in una dimensione onirica) nel 1921, ai tempi del muto, con tecniche arcaiche di animazione. Plympton e i suoi collaboratori hanno tolto i balloons, sostituendoli con le voci di attori e stanno curando la pulitura dei fotogrammi e la loro colorazione.

Milano, Museo nazionale della scienza e della tecnica – 17-20 marzo 2011 – Trick animation festival