Presentata un po’ in sordina, vista quasi come un riempitivo prima della esposizione su cui punta il direttore Philip Rylands per dominare la stagione espositiva d’autunno, quella cioè dei conclamati maestri americani della generazione di Sol Lewitt, Mark Rothko. La mostra “Capogrossi. Una retrospettiva” risulta invece ben strutturata, completa, interessante. I suoi disegni e dipinti sembrano una sintesi efficace e armonica dello sviluppo dell’arte italiana nel periodo che va dalla fine degli anni del secondo dopoguerra agli ultimi anni Sessanta nel suo passaggio dal figurativo all’astratto.
Nato a Roma nel 1900, dopo l’immancabile soggiorno parigino ritenuto indispensabile per cogliere tendenze e orientamenti dell’arte in quella che era ancora considerata il centro vitale di ogni esperienza artistica, il giovane Capogrossi torna e si stabilisce nella capitale ove morirà nel 1972. Influenzato in un primo tempo da Scipione e da Mafai, fondatori con Cagli e Cavalli del “Gruppo romano”(Scuola Romana), nel secondo dopoguerra abbandona progressivamente l’iniziale naturalismo ancora ancorato alla rappresentazione della figura umana e degli oggetti nella loro reale ed apparente consistenza, per approdare ad un astrattismo esasperato, a un modo di dipingere in cui si riconosce pienamente come modo ideale per rappresentare la sua idea di pittura. I canottieri del 1933 segnano il passaggio fra le due fasi. In esso le figure sono nettamente delineate, statiche in una immobilità misteriosa, quasi metafisica, i toni sono smorzati e l’ombrellino rosso della figura femminile rappresenta il punto focale dell’insieme dai toni smorzati e nel rispetto della prospettiva.
La maggior parte dei quadri realizzati nell’ambito dell’informale risalgono ai primi anni Cinquanta quando l’artista fondò il gruppo Origine. Ecco quindi la lunga serie delle sue Superfici, composizioni in cui si ripetono in modo monotono e consapevolmente ripetitivo segni costanti di estrema semplicità diversificati solo da una trama grafica ogni volta diversa. Questo suo unico segno è l’elemento distintivo e caratterizzante del suo dipingere e si deve ad esso la loro estrema riconoscibilità. Si debbono cercare nell’ambito artistico di New York, città da lui mai visitata, ricca di fermenti creativi sulla scia di Pollock, eventuali paralleli dei suoi segni, linee di tale audacia nella loro elementare semplicità da essere spesso di difficile comprensione. Le sue ruote dentate, i larghi gesti che sottintendono i suoi intrichi di linee vogliono esprimere la complessità e l’ansia del vivere, il tormento dei perché esistenziali cui non si sa dare risposta. Il confronto più citato è quello con il segno di Franz Kline che con la stessa essenzialità riesce a dare conto delle tensioni delle contraddizioni delle immense metropoli e degli esseri che le animano. Gli stessi omini marziani di Keith Haring potrebbero essere un ulteriore derivazione da quelle geometrie pure.
A percorso concluso si conserva l’immagine di un corpus artistico coerente, audace nella sua originalità, pietra non insignificante nel tortuoso percorso dell’arte.
“CAPOGROSSI. Una retrospettiva.”
29 settembre 2012 – 10 febbraio 2013
Collezione Peggy Guggenheim
Palazzo Venier dei Leoni, Venezia
Orario:
Apertura 10-18 tutti i giorni
Chiuso il martedì, il 9 gennaio, il 20 febbraio e il 25 dicembre
Aperto nelle altre festività, 1 maggio incluso.
Informazioni generali:
tel: 041.2405.411
fax: 041.520.6885
e-mail: info@guggenheim-venice.it






