CHIUSURA DEL 48° FESTIVAL DEI POPOLI

“Il” festival del documentario tra conservazione e ricerca

Si è da poco conclusa l’edizione del festival che ha visto molte novità e alcune vere e proprie rivoluzioni. A cominciare dalla join venture che ha messo insieme tutte le più importanti manifestazioni cinematografiche di Firenze (“France Cinema”, “River to River” e altre ancora) in un unico corpo, “50 giorni di cinema”, nella quale il Festival dei Popoli figura da capofila e che ha trovato il suo centro attorno alle due principali sedi dell’Auditorium Stensen e del cinecaffé Gambrinus.

Un’altra novità ha investito i premi attribuiti dal festival. Grazie al contributo del “CICT- UNESCO Consiglio internazionale del Cinema e della televisione” la Giuria Internazionale – presieduta dal regista S. Dvortsevoy – ha conferito il premio Jean Rouch (5000 euro) al film franco-iranianao Harat “Racconto di un viaggio a ricostruzione della storia di tre generazioni sviluppata in maniera completa e partecipata, dove il calore della vita familiare si fonde con la durezza della vita di una frontiera di guerra”, così la motivazione. La storica Targa Giampaolo Paoli per il miglior film etno-antropologico è andata invece al primo lungometraggio di due giovanissime documentariste tedesche, Worldstar, ritratto acuto e profondo di un artista fuori dal comune, un vecchio fotografo e pittore scoperto nella sua genialità solo sul finire della sua esistenza.

Nel concorso italiano ha vinto Casa mia, piccolo ma teso e intenso lungometraggio sulla vita di alcuni ragazzi di strada che nella difficilissima Romania di questi anni l’ONG Parada cerca di recuperare ad una vita di responsabilità e relazione.
La speciale giuria composta dagli studenti dell’Istituto Internazionale Lorenzo de’ Medici ha assegnato l’omonimo premio al film lituano Uku Ukai, estroso esercizio estetico sul “respiro dell’immagine”, sulle scansioni ritmiche e l’antinarratività nel documentario di creazione più autentico.