Tanti bei film, documentari, volti, paesaggi, nature indimenticabili, passione condivisa con i protagonisti del sempre più folto numero di spettatori in un amore a tutto campo non solo per le montagne ma per tutto ciò che coinvolge il pianeta terra, terre e uomini.
Volendo sottolineare anche le critiche, non si può tacere però un certo sbilanciamento, anche in questa edizione, a favore dei film di esplorazione, di avventura, di indagine sociologica a scapito di opere incentrate su quella che dovrebbe essere la cifra caratterizzante del festival trentino, cioè l’arrampicata, la roccia l’ascesi verso la cima da sempre quelle più amate dai frequentatori della manifestazione.
Pochi sono stati questi film e stupisce che il più sorprendente ed apprezzato, Verticalmente demodè di Davide Carrari sulla scalata “impossibile di Manolo Zanolla alla falesia del Baule in Valle Feltrina, si sia visto riconoscere solo la genziana d’oro del Cai e altri premi minori, anziché il massimo riconoscimento. Quest’ultimo, la Genziana d’oro per il miglior film in assoluto è andata a Vivas las Antipodas incentrato sulla profonda connessione fra uomo e la Madre Terra di Victor Klossokowskj , film per altro quasi ignorato al Festival di Venezia, dove era stato precedentemente presentato.
Free climbing, scalate, alpinismo puro hanno però trovato il loro riscatto nei dibattiti animati da Reinhold Messner e dal valdostano Hervè Bernasse. Messner è il profeta universale dell’arrampicata e fin dagli esordi si batte per preservarne la purezza non contaminandola con l’alpinismo inteso come sport e spettacolo.
Quest’ultima deriva tende infatti a trasformare la conquista della vetta nella ricerca ossessiva di record da battere in sfide capaci di calamitare media e sponsor, ma incuranti delle ferite che questo approccio possa arrecare a paesaggi, pareti, allo spirito stesso che dovrebbe essere la molla che spinge verso l’alto. Dibattiti costruttivi ricchi di proposte e suggerimenti preziosi da parte di tali esperti attraverso i quali si spera che si torni allo spirito iniziale dei tempi eroici dell’alpinismo.
Si può anche constatare come sulle fiction siano prevalse le testimonianze storiche di eventi anche lontani che continuano però ad emozionare. Uno dei più apprezzati dagli accreditati e dal pubblico è stata la proiezione della pellicola restaurata del 1924 sulla sfortunata spedizione di Robert Falcon Scott alla conquista del Polo Sud. A raggiungerlo per prima fu la spedizione del norvegese Amudsen, arrivato alla meta 33 giorni prima di Scott. Quest’ultimo e tutti i suoi compagni perirono poi, stremati dalla fame e dal maltempo a pochi chilometri dalla salvezza. Questa fine tragica nulla toglie all’eroismo dell’impresa rivissuto con emozione.
Affascinante il documentario scientifico sulla Dancalia regione presso la faglia della Riff Valley proprio sul bordo della grande faglia africana, in movimento sopra un mare di magma incandescente,
mentre decine di carovane continuano a giungere per raccogliere sale sulla grande distesa piana che si prolunga per tre chilometri.
Commuove ed esalta il racconto visivo della traversata del Deserto Bianco egiziano da parte della regina dei deserti Carla Perrotti (ha infatti attraversato in solitaria tutti i grandi deserti del globo terrestre). In questa impresa egiziana per la prima volta accetta un compagno di avventura: ad accompagnarla è Fabio Pasinetti, non vedente, atleta indomito che lasciato per un po’ lo scialpinismo in cui eccelle, si è cimentato con successo in questa straordinaria impresa. Sfida al deserto, ma soprattutto sfida vincente ai limiti degli handicap, insegnamento morale di come si dovrebbe reagire di fronte agli impedimenti della vita.
In questo Festival non ci si è infatti limitati a mostrare pezzi di mondo e imprese eclatanti, ma si sono anche sottolineate la fragilità e la vanità dell’uomo accentuate dal confronto diretto con la natura, nelle pretenziose sfide estreme di fronte a rischi che coinvolgono spesso non solo gli sfidanti ma quasi sempre anche le squadre di soccorso intervenute come ha magicamente e umilmente raccontato l’estroso Mauro Corona, irriconoscibile penitente, inedito predicatore della vanità umana e della sua inconsistenza e futilità.






