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“DIALOGUER-INTERLOQUER” di Gao Xingjian

Un premio Nobel a Venezia

In occasione del Carnevale di Venezia il primo autore cinese ad aver vinto il premio Nobel per la letteratura (nel 2000) è stato invitato a presentare un suo lavoro, nell’ambito del programma di eventi teatrali dedicati alla Cina e all’Oriente.

Lo spettacolo è stato introdotto da un’intervista condotta da Pierre Wurtz – del ministero della cultura francese- che ha ripercorso le fasi più importanti della produzione dell’autore.

Le sue domande si sono dapprima concentrate sulla poliedrica figura di artista di Gao, poeta, saggista, drammaturgo, pittore e regista e sulla sua capacità di interagire con queste arti.
Gao dichiara di non volersi limitare ad una sola disciplina considerandola il suo mestiere, come accade in Occidente, ma abbracciare vari campi, lavorando però in modo diverso secondo l’espressione artistica usata. Nell’ambito teatrale Gao rileva in particolare l’importanza del confronto con gli attori, più importante del testo stesso.

L’attenzione poi si sposta ai problemi che l’autore ha riscontrato in patria per le critiche sociali e politiche rinvenute nelle sue opere, causa dell’allontanamento forzato dalla Cina.
Le risposte del Premio Nobel sono indirizzate alla confutazione di queste opinioni: egli sostiene che i suoi lavori si occupano del contesto esistenziale dell’individuo, dei problemi che la vita ci pone di fronte, mentre i riferimenti politici vengono “immessi” nelle opere dalla visione distorta di chi li vuole assolutamente trovare.

Anche riguardo alla pièce teatrale “La Fuga”, composta nel 1989 dopo il massacro di Piazza Tienanmen, Gao ribadisce l’a-politicità del testo citando la valenza filosofica del messaggio, la scelta di non dare una precisa collocazione geografica all’azione e la volontà di indagare i diversi modi di fuga dell’uomo moderno: dalla politica repressiva, dall’“altro”, ma non da sé stessi, da un’essenza che bisogna invece indagare con lucidità per evitare di precipitare nell’incubo.

“La Fuga” è una pièce scritta in francese, come numerosi altri testi di Gao.
La Francia è infatti la sua “seconda patria”, ne parla correttamente la lingua –che definisce “sensuale”- e ne ha ottenuto la cittadinanza nel 1997.

Fondamentali sono il rapporto dell’autore con Beckett e il teatro dell’assurdo e le particolarità di gusto squisitamente orientale della sua produzione teatrale su cui ha posto l’accento Wurtz.
Infatti, nella pièce “La fermata dell’autobus”, è facile scorgere il leitmotiv del Beckett di “Aspettando Godot” (l’attesa vana dei protagonisti), ma, mentre questo testo è una tragedia, quello di Gao ha i caratteri del comico, inseriti in un giudizio estetico assolutamente personale.
Questa, ripete l’artista, è la fondamentale differenza con Beckett.

Differente è anche lo statuto dell’attore nel teatro orientale, spiegato dal Premio Nobel: lì l’attore, prima di calarsi nel personaggio da interpretare, deve lasciare alle spalle la sua vita quotidiana e attraversare una sorta di “purificazione”, svolta di solito nel retroscena.
Lo scopo di Gao è invece quello di tentare la rappresentazione in scena di questo passaggio da persona reale a personaggio di ruolo, consentendo così allo spettatore occidentale di penetrare in piccola parte la complessità di un teatro per noi ancora tutto da scoprire.

Dialoguer-Interloquier

La rappresentazione di Gao si presenta nuda, cruda, priva di scenografia, suggerendo una collocazione indefinita che produce straniamento.

I protagonisti sono un uomo e una donna, tenuti anonimi per poter identificare persone qualsiasi, persone comuni, l’essere umano nelle sue insicurezze e fragilità.
Non si sa chi siano quei due, si comprende dalle loro parole che vivono o hanno vissuto una relazione, che si stanno confrontando l’uno con l’altro ad un certo punto della loro vita.
Lui sembra uno scapolo aperto alle avventure occasionali, lei una giovane donna insicura che cerca conferme della sua capacità seduttiva.

Si parla a lungo, con dialoghi brevi di botta e risposta, ma si continua anche ad invitare a parlare e a spiegarsi, in una disperata ricerca di comprensione dell’altro che sembra non essere possibile (Gli uomini non capiscono le donne e le donne non capiscono gli uomini!…”).

Elemento “spiazzante”, la presenza di un cinese vestito in kimono che appare a tratti sulla scena compiendo gesti e usando oggetti che non sembrano aver nulla a che fare con la vicenda.
I rumori secchi e improvvisi che egli mette in atto sono però funzionali alla sottolineatura dei momenti più drammatici o delle battute più emblematiche, integrandosi in maniera originale con l’azione rappresentata.

I temi che emergono sono quelli basilari: l’amore, il sesso, la morte, la solitudine, le paure più profonde, i sogni e le illusioni, la fatica di essere uomo e donna.
Talvolta si avverte l’ironia nelle battute –tipica di Gao- e si ride delle frecciate che i due si tirano, punzecchiandosi a vicenda.

Si riflette sull’amore (Cos’è l’amore? Non si racconta…è sufficiente farlo), se oggi è ridotto al solo eccitamento sessuale e se questo può essere inteso come dominio sull’altro, quasi una “riduzione in schiavitù”.

Si riflette sulle differenze e sulle somiglianze tra uomo e donna nella forma dei luoghi comuni sui due sessi e sulle definizioni attribuite a tutto il genere (“Tutte le donne sono nervose…”, “Gli uomini trasformano le donne in oggetti sessuali…”).

Si riflette sui sogni che sono più sinceri della realtà e più vicini a quello che siamo realmente e sulle sensazioni, poiché solo esse danno l’autenticità dell’essere.

Si riflette anche sulla morte che angoscia i protagonisti, che spinge la donna a cercare di vivere intensamente, a sedurre l’uomo prima di sfiorire.
Eros e Thànatos, i due sentimenti oppositivi per eccellenza fin dalla letteratura greca, qui si intrecciano sempre più strettamente fino ad arrivare all’incontro tra i due che vorrebbe essere sessuale e invece si trasforma in lotta per prevaricare l’altro, sfociando nella simulazione di omicidio.

L’azione allora si interrompe, mentre risuonano cupi i rintocchi di un gong che assomiglia per analogia ad una campana funebre.

La seconda parte della pièce degenera verso una sorta di follia in cui precipitano i due protagonisti.
L’insistenza nel darsi dei pazzi a vicenda qui viene esplicitato, assieme al riferimento ai sogni.

I due parlano dei loro sentimenti in terza persona come se “ripassassero la parte”, si muovono con mosse lente che ricordano in qualche modo le danze orientali.
Non si riconoscono più, non avvertono la presenza dell’altro o del loro corpo, sono imprigionati in una specie di isola tagliata fuori dal mondo, in una “scatola chiusa” senza percezione del tempo.
Sono persi in due universi differenti e mettono in scena i loro incubi, seguendo ciascuno i tortuosi percorsi della mente in un continuo rincorrersi di visioni incoerenti.

Il disagio e lo spaesamento dell’essere umano si riflettono in questa disperata condizione dove anche il linguaggio pian piano si contrae, evaporando in ripetizioni ossessive di frasi e parole che si frantumano in sillabe.

E’ la polverizzazione di ogni certezza: c’è paura del domani, della vita, essere uomini o donne diventa insopportabile, il mondo è malato, è un deserto e non resta neppure il ricordo, il sogno o l’illusione in cui potersi rifugiare.

I contatti con il teatro dell’assurdo sono visibili nell’uso stravolto del linguaggio –che ad un certo punto non serve più per comunicare, così come in Beckett- nell’impressione di nonsense dei discorsi e nell’irrazionalità degli atteggiamenti.
Un assurdo che però si rispecchia nel quotidiano, riflettendo l’irrazionalità del presente.

27 febbraio – ore 21.00 e 28 febbraio – ore 19.00
Arsenale, Spazio Fonderie
Gao Xingjian
DIALOGUER-INTERLOQUER
prima nazionale
testo e regia Gao Xingjian
con Céline Garnavault, Philippe Goudard, Yo Kusakabe
scene Philippe Goudard
luci Franco Marri
musiche Jacky Craissac
produzione Molière –Scène d’Aquitaine (Bordeaux) e Compagnie Marie Paule B. et Philippe Goudard (A.A.R.I.C.)
coproduzione Théâtre de l’Union (Limoges) / Centre Wallonie – Bruxelles (Paris)