“Io sono. Storie di schiavitù” di Barbara Cupisti

Essi che si adattarono a un mondo sotto il mondo

Controcampo Italiano 2011
Un’ora di storie di migranti, giunti in Italia dopo viaggi che non avevano nulla di umano, credendo che sarebbe stata la loro personale El Dorado, e che invece, com’è tristemente noto, si trovano a vivere come topi nei centro di accoglienza o a prostituirsi per ripagare gli schiavisti che li hanno traghettati, a mò di moderni Caronte, in questo loro Inferno.

Il documentario della Cupisti cerca di affrontare con sguardo nuovo un tema che qui alla Mostra del Cinema ha trovato espressione in un discreto numero di film: l’immigrazione in Italia. Lo si ritrova, infatti, trattato con toni diversi, in pellicole come Là bas, Terraferma o Cose dell’altro mondo, a dimostrazione del profondo legame, immancabile, tra cinema e contesto sociale. L’idea di partenza è cercare di ridare un volto e un nome a tutte quelle persone che i giornali o le televisioni riportano solo come “immigrati”, quasi non avessero dignità umana. È un processo di spersonalizzazione che porta anche a un annullamento del senso di ciò che è disumano e immorale: se si parla di “immigrati”, e non si parla di Mohammad, di Dadir, di Solomon o Elizabeth, è più facile ignorare le condizioni in cui vivono, o le situazioni da cui sono scappati.

È più facile non pensare a chi vive su un rottame di nave da mesi, facendo a turno per dormire con altre 5 persone e con uno stipendio in nero di 20 euro per 15 ore di lavoro, se questo qualcuno non ha un nome e un volto. La Cupisti cerca di porre rimedio a questa situazione, intervistando quante più persone possibili e facendosi raccontare, in un inglese stentato o nella lingua d’origine, le loro esperienze e i loro viaggi. Si viene quindi a sapere che un viaggio dal Kashmir in Italia costa sugli 8000 euro e prevede fermate in mezza Europa prima di approdare a Crotone; o che il permesso di soggiorno rilasciato a Crotone va rinnovato lì anche se si è trovato lavoro in un’altra città e la procedura può durare mesi; o che il debito che una ragazza nigeriana deve ripagare lavorando come prostituta ammonta a 60000 euro.

Nonostante l’evidente passione, la pellicola della Cupisti, che pure ha dei buoni spunti a livello registico, manca però di quel qualcosa che potrebbe fare la differenza: che sia l’eccessiva brevità (60 minuti per raccontare l’immigrazione non sono molti) o per il numero di persone intervistate (troppe per poter empatizzare con qualcuno in particolare, troppo poche per evidenziare un fenomeno di massa), il risultato è un documentario che non colpisce a fondo. La regista ha dichiarato che il suo testo guida nella realizzazione del lavoro è stata una poesia di Pasolini, Profezia, e pure l’opera manca dell’impatto emotivo che il testo suscita nel lettore; al contempo mancano tutte le informazioni e i dati statistici che si possono trovare, ad esempio, in un servizio di Report, e che avrebbero dato un taglio giornalistico all’opera. Diviso a metà, il lavoro perde di forza e lascia lo spettatore quasi anestetizzato di fronte a situazioni che invece dovrebbero scatenare ben altri sentimenti.

Titolo originale: Io sono. Storie di schiavitù
Nazione: Italia
Anno: 2011
Genere: Documentario
Durata: 61′
Regia: Barbara Cupisti
Sito ufficiale: www.terrafermailfilm.it
Produzione: Faro Film, Rai Cinema
Con il patrocinio di: Amnesty International
Data di uscita: Venezia 2011