Karlovy Vary: “Celestial Wives of the Meadow Mari” di Alexej Fedorcenko

Un Decameron sulle rive del Volga

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Fra le varie etnie e minoranze disseminate sul territorio della Federazione Russa ce ne sono alcune che conservano vive le proprie tradizioni folkloriche pagane. Una di queste sono i Mari.

Conosciamo Alexej Fedorcenko per due dei suoi lavori precedenti, entrambi presentati alla Mostra di Venezia e entrambi a loro modo geniali: First on the Moon (2005), falso documentario sull’ipotetico primo atterraggio dell’uomo sulla Luna, e Silent Souls, straziante e malinconica storia di un uomo che accompagna il cadavere della moglie nel suo viaggio finale, seguendo le tradizioni del suo antico popolo.

Qui Fedorcenko riprende il suo interesse per i piccoli popoli non slavi della Russia e ci presenta un pot-pourri di credenze e tradizioni dei Mari, una popolazione ugro-finnica stanziata sul corso superiore del Volga. Inanella così ventidue short-stories di lunghezza varia, dalle micro-pillole paradossali e fulminanti agli episodi di qualche minuto, più strutturati e con una certa progressione drammaturgica. È un alternarsi vivo e casuale come il flusso magico e i poteri insondabili della natura a cui il folklore dei Mari è ovviamente legato, con la sua commistione primigenia di forze vitali e paure ataviche: si va dal loro dio del vento che insemina le ragazze con una folata, agli spiriti dispettosi dei trapassati che si permettono dei giochi erotici con le ragazze da marito del villaggio, dai dialoghi suadenti con gli alberi sacri che si sono indispettiti ai riti apotropaici per allontanare gli spiriti maligni.

Le brevi e brevissime storie hanno tutte nomi femminili, a seconda della donna che vi svolge il ruolo principale. All’inizio si può restare confusi dalla varietà degli approcci: si va dalla moglie maltrattata che si vendica del marito invocando le forze ctonie, alle ragazze che sfruttano la libertà sessuale del popolo per fingere scaramucce amatorie e benaccette “violenze” sessuali. Si sa, ogni folklore è legato a un mondo di divinità capricciose con profonde radici nella natura e nei cicli agricoli: per poter ricongiungersi al marito una protagonista deve “prestarlo” per una notte alla mostruosa dea del bosco, gli spiriti dei defunti tornano una volta all’anno al villaggio e non trovano altro divertimento che far ballare nude le ragazze più belle.
È con spirito volontariamente naif che Fedorcenko si approccia a questa enorme ricchezza di riti e miti, e con ironia e allo stesso tempo con rispetto affascina e commuove anche lo spettatore meno avvezzo agli studi etnografici, in una sorta di progressione emotiva che dopo un primo spaesamento ti coinvolge dentro un mondo affascinante ma non privo di minacce. Una menzione speciale va alla bellezza dei costumi, che non svolge un ruolo meramente coreografico, ma è parte integrante e (supponiamo) filologicamente ricostruita del complesso culturale di queste popolazioni.