Secondo lavoro di Beppe Rosso e Filippo Taricco dell’autrice americana Jane Martin, Jack and Jill, scritto nel 1998, è un testo intimo e sfumato, quasi un teatro da camera. Dopo Keely and Du, incentrato sui temi dell’aborto e dell’autodeterminazione femminile, questa pièce mette al centro del dramma le difficoltà del rapporto di coppia nella famiglia moderna, ristretta e ossificata. Il titolo prende spunto da un’antica filastrocca inglese che narra del vano tentativo di due innamorati di raggiungere insieme la fonte della felicità: “Il re Jack e Jill la sua regina salirono sul monte – per attingere lassù l’acqua di una fonte – ma Jack cadde giù e la corona si spezzò – e anche lei dal monte scivolò”. La filastrocca, già nota a Shakespeare che la cita nel Sogno di una notte di mezza estate, nell’Ottocento ha dato il titolo a un romanzo di Louisa May Alcott, l’autrice di Piccole Donne, esperta in quel genere prettamente anglosassone, i Family Novels, che avevano lo scopo di educare le bambine al matrimonio. L’autrice aveva saputo innovare il genere dall’interno trasformandolo in una dura critica alla condizione femminile e all’istituzione familiare. Proprio da qui parte Jane Martin per indagare sulla stessa tematica nel mondo contemporaneo. Nella pièce, Jack e Jill (due nomi che nell’inglese parlato indicano genericamente l’uomo e la donna, cioè la coppia) sono due quarantenni divorziati che si incontrano, si innamorano e cercano di vivere una relazione in modo consapevole e maturo, per conquistare quel fantasma dell’amore che perseguita il mondo occidentale. Il testo inizia volutamente come una commedia rosa: Jack incontra Jill in una biblioteca e si innamora. Ma a poco a poco la scrittura della Martin muta colore. Pennellata dopo pennellata il rosa si stinge e si capisce come il vero tema della commedia non sia l’amore, ma la guerra tra i sessi, la continua prova di forza e la lotta per il potere che caratterizzano i rapporti affettivi. Ciò che mette in crisi la coppia non è un triangolo, com’era nel teatro ottocentesco. A discutere e ad agire, in scena, ci sono solo loro due.
Solo Jack e Jill, ossessivamente. Niente li minaccia dall’esterno, nessun ostacolo reale si frappone tra loro. Jack e Jill sono esasperati, quasi furiosi nel loro tentativo di raggiungere la propria affermazione all’interno della coppia: si analizzano continuamente, cercano invano di sviscerare i problemi e di risolverli, di tracciare la rotta di un rapporto perfetto, tra slanci romantici e momenti di egoismo, divisi tra il bisogno di sicurezza e le ambizioni di carriera e libertà. E nella loro vita priva di drammi, da privilegiati del mondo occidentale, non riescono a raggiungere quello che entrambi desiderano, e scivolano a causa della loro stessa inettitudine.
Come ha notato il drammaturgo americano G.L. Horton, man mano che la pièce procede, i due protagonisti finiscono per apparire mostruosi agli occhi del pubblico e la fine della loro storia è accolta come un momento liberatorio e catartico. La commedia è solo apparentemente naturalistica.
Jack e Jill sono due personaggi astratti, sfumati, che non parlano mai del loro passato, accennano soltanto al mondo esterno, e si identificano quasi esclusivamente nel loro tentativo di autodefinirsi come coppia.
Strutturalmente, attraverso momentanee rotture della quarta parete, i due protagonisti interpellano direttamente il pubblico invitando lo spettatore a riflettere sulla condizione della coppia da parte maschile e da parte femminile. Se la Alcott nei suoi romanzi interpellava il lettore con intenti educativi, utilizzando l’espediente retorico per sensibilizzare e convincere il pubblico, la Martin mette in bocca ai suoi personaggi monologhi dominati dal dubbio, dall’incertezza. E in questo rispecchia l’inquietudine delle nuove generazioni, dove i sessi sono sempre più vicini tra loro e contaminati, Jack sempre più femminile e comprensivo, Jill sempre più interessata alla carriera. Ma, per paradosso, infelici e insoddisfatti. Come sempre nella scrittura della Martin è l’uso del tempo a rendere l’azione ancora più straniante. I tagli, la brevità delle battute, le scene che entrano una nell’altra senza soluzione di continuità.
La storia d’amore fino al divorzio trascorre con una velocità da videoclip, seguendo un montaggio dove ogni buio indica anche un cambio di stato emotivo. A creare un ulteriore straniamento ci sono i servi di scena, personaggi muti che si aggirano sul palco, portando oggetti necessari all’azione che di volta in volta i personaggi usano passando da una situazione all’altra.
INFO BIGLIETTERIA: Biglietti: Intero € 19,00 – Recite dello spettacolo: da martedì 14 a sabato 18 aprile 2009, ore 20.45. – Domenica 19 aprile, ore 15.30
Biglietteria TST: Salone delle Guardie – Cavallerizza Reale (Via Verdi, 9), telefono 011 5176246, orario dal martedì al sabato 12.00/19.00. Vendita telefonica tel. 011 5637079 (dal martedì al sabato, orario 12.00 – 18.00). Numero verde 800 235 333. Nei giorni di recita è possibile acquistare i biglietti alla cassa del teatro un’ora prima dell’inizio dello spettacolo. Vendita on-line: www.teatrostabiletorino.it
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