Marco Baliani è uno dei più illustri esponenti del cosiddetto “Teatro della Narrazione”, genere che ha preso piede negli ultimi anni in Italia, incentrato sull’attore e sul fascino della parola.
Nel corso della sua carriera di attore e di regista Baliani, prima di arrivare a specializzarsi in questo nuovo genere, ha lavorato moltissimo proprio sul racconto ritenendo che, nonostante la società occidentale contemporanea, tipicamente visiva, si muova in un’altra direzione, la narratività sia profondamente radicata nell’essere umano. E forse è l’essenza del teatro stesso: chi non ama farsi rapire dalla fascinazione magnetica della parola? Per questo Baliani si è dedicato per anni al teatro ragazzi: “i bambini sono una platea che non ha educazione teatrale, ma che obbliga a mantenere sempre un certo ritmo per tenerne viva l’attenzione, altrimenti loro se ne vanno, chiacchierano, fischiano..!”.
Frutto di questo intenso lavoro sull’arte della narrazione orale è senz’altro “Kohlhaas”, ritrascrizione della terribile favola di Kleist, per un pubblico adulto. In “Kohlhaas” Baliani si fa attore, narratore, diventa il racconto stesso e tutti i suoi personaggi, paesaggi, situazioni… Unico elemento scenico: una sedia, dalla quale non si alza mai. Oltre alla voce, anche il corpo si fa strumento: le scarpe di cuoio sulla pedana diventano cavalli al galoppo, i pugni al petto e sulla testa, altri suoni funzionali alla narrazione. E anche i sentimenti sono veri: quando Lisetta, moglie del protagonista della fiaba, muore, Baliani piange davvero. Ma solo per pochi attimi, poiché l’abilità dell’attore sta proprio nell’entrare e uscire dalle parti con la massima rapidità.
“Kohlhaas” apre solo la strada a quello che sarà poi chiamato “teatro della narrazione”. Moltissimi altri sono i lavori interessanti dell’attore: “Tracce” tratto dal saggio di Ernst Bloch, “Corpo di stato”, spettacolo dedicato a come i 55 giorni di prigionia di Aldo Moro abbiano lacerato una generazione; solo per citarne alcuni, per finire con il più recente “Lo straniero” da Albert Camus.
Ne “Lo straniero” Baliani ha dato voce alle parole di Camus creando un monologo fedele al testo originario, ma che segue un ordine nuovo, servendosi di un montaggio quasi cinematografico in cui la narrazione lascia spazio ad ampi flashback, come un flusso di memoria a ritroso di cui il protagonista ci rende partecipi. Montaggio evidenziato anche dalle bellissime e asciutte immagini di Mario Martone proiettate a tratti sullo sfondo.
Una pedana sospesa, è il piccolo e angusto palcoscenico dove si muove il protagonista, Meursault, condannato a morte per aver commesso un assassinio senza alcun movente plausibile. La pedana è la cella dove Mersault è rinchiuso, ma con l’evolversi del racconto, si trasforma nel nostro immaginario in altri luoghi: un appartamento, un cinema, la spiaggia di Algeri…
Baliani si muove lentamente in questo piccolo spazio, ogni suo gesto è controllato, soppesato, accompagnandone la voce; due soli gli oggetti scenici: una sedia e un minuscolo tavolino, più e più volte spostati dall’attore nel corso della narrazione. La narrazione, appunto, è la protagonista assoluta. L’abilità di Baliani, è proprio quella di riuscire a catturare l’attenzione dello spettatore e a condurre la sua immaginazione verso luoghi lontani, ad esplorare nuovi mondi possibili.
Marco Baliani ha vinto il premio Stregagatto nel 1993 con lo spettacolo Piccoli angeli con Maria Maglietta, con cui condivide da tempo il proprio percorso artistico.
Nel 1994 ha vinto il premio IDI come regista, per lo spettacolo “Come gocce di una fiumana”.
Ha lavorato come attore per il cinema con: Martone, Archibugi, Comencini.
Ha pubblicato “Francesco a testa in giù” (Garzanti 2000) e “Corpo di stato” (Rizzoli 2003) entrambi nati come eventi teatrali per la televisione, in diretta su RAI 2 nel 1998 e nel 2000.
Con il figlio Mirto ha pubblicato la fiaba musicale “Il signor Ventriglia” (Orecchio acerbo 2002).






