“PEARL JAM” dei Pearl Jam

La rabbia di Seattle continua a vivere

Potente, aggressivo e rabbioso: questi gli aggettivi che in brain storming mi vengono in mente al primo ascolto dell’ultimo, omonimo, album dei Pearl Jam; tredici pezzi in tutto, per la maggior parte molto sostenuti, ma intervallati da pochi (ma intensi) episodi invece più riflessivi e soft, dove le distorsioni e le dinamiche potenti sono sostituite da suoni più acustici e cantati più melodiosi.

Il lavoro di elaborazione di questo album è stato piuttosto lungo (sono passati circa quattro anni dal precedente “Riot act”) e laborioso, tanto che le canzoni abbozzate erano molte, e pertanto si è resa necessaria la scrematura che ha condotto all’attuale tracklist.

“Pearl Jam” è un album molto (hard) rock, all’inizio non lascia un attimo di tregua, è incalzante. L’impatto al primo ascolto è piuttosto forte, le prime cinque canzoni scorrono infatti sullo stesso tono molto duro: l’attacco è con “Life Wasted”, che nel testo ci ricorda l’importanza di non sprecare la vita, poi segue il singolo “World wide suicide” (il suicidio collettivo della guerra e l’ipocrisia della politica che ne consegue), il suono delle chitarre è molto “strong”, la linea ritmica ha un bel tiro e la voce di Vedder si innesta sullo stesso registro. La prima ballata, molto bella, ad abbassare un po’ il ritmo, è la sesta traccia “Parachutes”, che fornisce uno stacco, un respiro nel cuore del disco. Ma è un’eccezione: si riparte subito con “Unemployable”, a ribadire il concetto sonoro “loud” (rumoroso, forte), in parallelo alla tensione tematica (qui la disoccupazione) su cui è impostata la quasi totalità del suddetto lavoro.

Prima di concludere con il crescendo atmosferico di “Inside job”, i PJ suonano forse la ballata più bella e tradizionale dell’album, che risponde al nome di “Come back” e riempie cinque minuti e mezzo di emozioni, in particolare e soprattutto per l’interpretazione vocale (un po’ alla Springsteen), ma anche per il suono dell’organo Hammond e per i suggestivi inserti di chitarra.

Trattando dei PJ, come infatti già più volte accenato sopra, non si può tralasciare l’impegno politico: nel precedente album (2002), il “Riot act” è contrapposto al “patriot act” stabilito dall’amministrazione Bush nel caos post 11 settembre; nel 2004 il cantante della band Eddie Vedder si impegna nel “Vote for change”, il tour con Bruce Springsteen ed altri artisti in sostegno del candidato democratico John Kerry; in linea generale questo ultimo album vuole comunicare, secondo quanto dichiarato dallo stesso Vedder, sentimenti d’ansia ma anche speranza nei confronti dell’attuale società americana e della sua direzione politica.

Dopo i primi tre sorprendenti album secondo molti i PJ avevano esaurito la vena creativa e l’ispirazione, proseguendo negli ultimi anni con lavori un po’ al di sotto della fama conquistata; tuttavia, in realtà sono attualmente i principali esponenti del cosiddetto “grunge” (leggi “rock di Seattle”) e dimostrano, nonostante i quarant’anni compiuti, di avere ancora la capacità e la voglia di continuare sullo stesso percorso intrapreso con “Ten” ormai quindici anni fa.