Piera Detassis, direttore di “Ciak”, introduce il Convegno sulle “Divine Canaglie” alla sala della Gran Guardia di Verona nell’ambito del Festival “Schermi d’amore”. Lancia subito la sua convinzione di un cinema italiano non popolato da donne fatali, donne antagoniste all’uomo, portatrici di disordine e di turbative. Per la critica, ciò è dovuto alla radicata sensibilità etica della famiglia italiana, all’adeguarsi dei nostri registi, alla presenza sul nostro territorio del Vaticano, vigile scrupoloso sul come viene interpretato il senso del pudore.
Questa sua tesi la mette a confronto con altri due critici cinematografici: Valerio Caprara, critico del “Mattino”, docente universitario, “cattivissimo e ironico” a detta della Detassis, e Maurizio Porro.
Caprara pone subito la donna fatale e oscura nel regno solare della filmografia napoletana. I registi italiani succubi delle reprimende censorie e delle convenienze radicate dei costumi, hanno prodotto fin dal dopoguerra degli strani tipi di donne dalle pienezze estive, straripanti di carnalità come la Pampanini, la Rossi Drago, la Mangano di Riso amaro, la Allasio, tutte maggiorate fisiche che si ricollegano con la trasgressiva Francesca Bertini del muto. Vamp indigene tutto tondo, capaci di presentare tipi provocanti ma sentimentali.
E’ la filmografia napoletana ad offrirci un cinema noir, essendone priva quella italiana in genere. Il cinema napoletano ci offre ad esempio nel Cappello a tre punte (1935) molte sequenze al limite, censurate dal regime fascista. Nel film Assunta Spina, primo successo popolare nel dopoguerra, si rimettono in gioco le tipologie della sceneggiata: si creano femmine fatali che servono a stimolare l’immaginario napoletano con personaggi che recuperano parte della loro sroria dura, verace e sbracata. Si intravedono femmine senza cuore. Arriviamo con Dorian Grey al cinema peccaminoso del tabaret. I cineasti napoletani affidano alle attrici straniere quello che non è possibile affidare alla sorella e alle mamme. Si susseguono le “segnorine”, deputate al ruolo e che fanno esplodere il focoso temperamento dei napoletani.
Con l’ultima generazione dei registi abbiamo Libera di Corsicato, in cui si esalta la libertà della donna che costruisce da sé il proprio destino. Nell’Amore molesto del regista cerebrale Martone si esamina l’inconscio della donna, riscattandola in un vitalismo liberatorio. Vitalismo appaiato dal senso di morte, contro il vitalismo vuoto del cinema ufficiale. Totò stesso fotografa l’anima di questa corrente con una tagliente frase: “Noi siamo gente seria, apparteniamo alla morte”.
Maurizio Bovo introduce il tema del mondo delle subrette nella rivista. Presenta Wanda Osiris come simbolo della femme fatale del teatro. Mentre le femme fatale del cinema sono sessuate, l’icona della donna della rivista è relegata nel mondo del fatato e del metaforico. Osiris si impone subito come oggetto assessuato. Oggetto fantasy: non si sono mai viste le gambe della Osiris. Lei aveva assunto il suo ruolo imponendosi veramente come una regina. Cipria color ocra, rose lanciate alla prima fila, ma senza spine e profumate con il suo caratteristico profumo. Ha sposato la causa del teatro al punto di essere un simbolo, un carisma che comunica, che attrae. Negli anni ’40-’50 era il simbolo della fatalità, non tanto della bellezza ma del sogno. Il pubblico andava alla rivista per farsi illudere, assimilare e gustare ciò che non esisteva in realtà: l’amore, sogno romantico.
Il grande segreto della Osiris, il suo marchio di fabbrica era la sua entrata in scena, ingresso di cinque minuti tra applausi scroscianti. Una entrata sempre macchinosa, tra una scenografia dorata e presentata in modo curioso ed eccentrico, o in groppa a un cammello, o sopra un cesto gigante di fiori o su un astuccio di profumo… Espedienti stupefacenti con effetti splendidi. Il suo potere di sedurre veniva dal suo modo di proporsi oltre che dalla sua spiccata personalità.
Delia Scala l’ha spodestata entrando in scena ballando il mambo, abbandonando del tutto la discesa dalla scala.
Doria Drey divenne leggendaria non tanto per il carisma, ma per il fatto che scomparve dalla scena teatrale improvvisamente e nessuno ne seppe più niente.
Le Morelli e le Brignone degli anni successivi sono fatali ma in uno stile borghese. Si sono presentate invece fatali in modo regale Rossella Falk e Valentina Borghese.






