sabato, Agosto 1, 2026
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“TORNARE A SUD, FUGA DELL’ANIMA”

Intervista a Sandra Cattaneo di TeatroaSudest

TeatroaSudest è una realtà “off”, fuori dai circuiti ufficiali, nata a Padova una decina d’anni fa. Animano il gruppo l’attrice Sandra Cattaneo e il musicista Cosimo Gallotta, alla loro prima creazione teatrale d’ensamble con [¡Que Viva Frida!->//http://www.nonsolocinema.com/QUE-VIVA-FRIDA-DI-TEATROASUDEST_21584.html], che raccoglie e contamina musiche, parole, biografia, immagini, narrazione attorno alla figura di Frida Khalo. A partire dallo spettacolo, un colloquio con Sandra Cattaneo ci racconta la storia, i percorsi e le idee artistiche di TeatroaSudest.

Vi chiamate TeatroaSudest: avete scelto il punto cardinale più luminoso. E nel nome, allora, si intravede forse una poetica.

Sì. La direzione che prediligo è sempre il sud. La mia casa è esposta a sud. Per il sole, per il calore, ma non solo: il mio sud non è inteso come elemento geografico quanto piuttosto, per usare le parole di Vinicio Capossela, un “tornare a sud, fuga dell’anima, come si torna sempre all’amor”.
E poi, proviamo in una sala che il consiglio del quartiere Sud Est di Padova ci mette a disposizione alcuni giorni a settimana, e anche per questo motivo abbiamo scelto questo nome. Ma ci abbiamo aggiunto la “a”, che indica un andare, una direzione. Il logo della nostra compagnia, poi, è un sole nascente: la speranza di un nuovo inizio.

La natura di TeatroaSudest ha dei confini mobili, che voi avete racchiuso nella definizione di “contenitore artistico”. Ovvero?

Insieme a Cosimo Gallotta, abbiamo fatto confluire in questo progetto musica e teatro. Un fatto naturale che deriva dalla nostra formazione: Cosimo è un chitarrista da sempre attento ai repertori popolari – ha collaborato, fra gli altri, con Moni Ovadia -, mentre io ho studiato come attrice (tra i miei maestri ci sono Eugenio Barba e César Brie). In seguito mi sono dedicata allo studio della voce, fino a sentirmi, per dirla in una parola sola, una “cantattrice”.
Le nostre competenze artistiche ci hanno dunque portati a creare ¡Que Viva Frida! per il teatro, e il progetto S-Confinando in campo musicale: una ricerca sulla musica popolare e di tradizione nella quale sono confluite le collaborazioni di Mario Arcari, clarinettista di De Andrè e Fossati, Rachele Colombo, Guido Rigatti.

La tua formazione arriva dal Terzo Teatro, e in scena se ne respirano le atmosfere…

Sì, quella è stata la mia formazione iniziale. Poi ho preso una mia strada, personale, continuando a sperimentare il Teatro di Ricerca e provando a mescolare i linguaggi: testo, corpo, voce, musica. Il “prodotto” che ottengo non ha una collocazione precisa, ma è proprio in questa miscellanea che trovo la natura dei miei lavori. Anche l’esperienza di scrittura rientra in tutto ciò. Frida non è stato il mio primo testo (lo precede La guerra è finita, un progetto sulla Resistenza scritto e messo in scena con Martina Ferraboschi), ma scriverlo è stata comunque un’esperienza forte: avevo accumulato moltissimo materiale – biografie, video, immagini – e l’ho selezionato tenendo presente che dovevo dare voce a Frida. Una responsabilità. La prima versione del copione era di 25 pagine, l’ho ridotta a 7.

TeatroaSudest sono in realtà due persone, Sandra Cattaneo e Cosimo Gallotta. Come e quando è avvenuto l’incontro?

Ci siamo conosciuti dopo uno spettacolo di Moni Ovadia, e subito ci siamo innamorati l’un l’altra delle cose che facevamo. Nel 1999-2000, spinti da una comune passione per l’arte, abbiamo formato il gruppo a Padova: un inizio intenso, partito in musica, che ha segnato l’incontro di esperienze diverse – una diversità che ci ha arricchiti tantissimo.
E siamo anche diventati compagni di vita.

¡Que Viva Frida!” è la prima produzione teatrale del gruppo così composto. In effetti, anche se l’elemento drammaturgico e narrativo prevale, lo spettacolo sarebbe tutt’altra cosa senza le musiche, che restituiscono i colori, il non detto.

Leggendo di Frida Kahlo, ho scoperto che amava moltissimo cantare, soprattutto i repertori della musica tradizionale del suo Messico. La scelta musicale dei brani all’interno dello spettacolo si rifà, in parte, ai gusti di Frida: abbiamo inserito La Llorona, per esempio, il canto della donna piangente. Ma Frida amava anche la musica nordamericana, conosciuta durante i viaggi negli Usa: tra le sue autrici preferite c’era Maxine Sullivan. Anche per questo motivo, abbiamo giocato sui contrasti: ad un certo punto, in scena, irrompe la voce di Janis Joplin in Summertime. Non è stata una scelta ragionata, ma una coincidenza, una traccia di cd partita per sbaglio: ma l’ho considerato un suggerimento da seguire. Joplin e Kahlo erano due donne tormentate e rotte: Janis nella voce, Frida nel corpo. Quello è uno dei momenti dello spettacolo che amo di più.

Un’ultima domanda: non ami definire Frida Kahlo un’icona, né tantomeno una femminista. Un punto di vista interessante.

Ovviamente Frida è un’icona: la sua faccia è ovunque, Calvin Klein l’ha utilizzata per una pubblicità, e in Messico c’è persino un paese in cui è venerata come Santa protettrice degli artisti e dei bambini mai nati. E poi Frida era un personaggio estremo in molti aspetti della sua personalità – la passione politica, l’arte, l’amore, l’omosessualità – per cui è naturale che le si possa riconoscere lo status di “icona”.
Quando ho iniziato a lavorare su Frida, però, per me era importante ridimensionarla, avvicinarmi a lei come donna. Volevo togliere gli orpelli di dosso, perché penso che tutto sommato, nonostante gli eccessi, fosse una persona semplice, molto innamorata del suo Diego Rivera. E, per quanto riguarda il femminismo, se è vero che Frida fu una donna forte e determinata, non penso che avesse un senso di rivendicazione del suo ruolo. Forse tutti i suoi gioielli, tutti i suoi abiti così preziosi servivano a ricoprirne non solo le menomazioni fisiche; ma anche la fragilità.

http://teatroasudest.wordpress.com
http://quevivafrida.wordpress.com
foto: Alfredo Tordo