Dal libellum aureum e la nova insula Utopia di Tommaso Moro alla “Fine dell’utopia” di Marcuse , il concetto di utopia è passato attraverso varie interpretazioni, a partire da quello di identificazione con una società perfetta e irrealizzabile fino a decretarne la fine come qualcosa di non più proponibile.
Da subito , fin dall’uscita del libro del filosofo martire, l’arte è rimasta affascinata dalla suggestione del “ non luogo”, sollecitando artisti oltre a letterati e filosofi. Ora una interessante esposizione alla Fondazione Guggenheim di Venezia dal titolo “ Utopia matters; dalle confraternite al Bauhaus” visitabile fino al 25 luglio, indaga su questo rapporto fra utopia ed arte dopo averlo proposto in musica con una serie di concerti, e nel cinema con la rassegna Utopia e cinema presentata in collaborazione con l’Università di Cà Foscari.
Curata da Vivien Greene, l’esposizione approfondisce l’evoluzione degli ideali utopici nel pensiero e nell’arte occidentale dalle prime esperienze ottocentesche alle avanguardie del I° dopoguerra. Con opere provenienti anche da importanti Musei esteri, esplora numerosi movimenti artistici come i primitifs francesi , i nazareni tedeschi, i preraffaelliti inglesi oltre all’Art and Crafts di William Morris, i neoimpresionisti, il de Stijl olandese e il Bauhaus. Non era facile scegliere fra tanti movimenti e pittori più o meno riconducibili all’idea di utopia, ma la selezione operata dalla curatrice risulta efficace allargando il percorso espositivo fino a comprendervi l’influenza di arte e design sulla ridefinizione della società moderna , fermandosi prima dell’affermazione delle dittature e della chiusura del Bauhaus verso gli anni trenta del secolo scorso. Concorrono a dare sostanza alla mostra non solo quadri e sculture ma anche libri, fotografie e oggetti di design.
Nata come fedele riproduzione di ciò che l’occhio vede in natura secondo l’ideale platonico, l’arte ha poi aspirato a più vasti orizzonti ,abituandosi a vedere oltre le cose ,a immaginare di continuo il non apparente secondo i dettami della scuola pitagorica. Passo dopo passo si rendeva sempre più chiara l’aspirazione finale degli artisti di dare un volto all’invisibile, riuscendo inoltre, a influenzare la realtà sociale con la potenza della sua creatività. Ecco quindi alcuni artisti trasformarsi in profeti, isolarsi in comunità accomunate dal desiderio roussoniano di un ritorno alla natura, aspirando a fondare nuove isole utopiche in luoghi incontaminati come il Monte Verità di Jawlewsky e di Marianne Verefkin ,come i preraffaelliti inglesi o i neonazareni austriaci. Si trattava di confraternite per lo più ostili al modernismo, volte verso una nostalgia del passato , animati da tentativi di riforme sociali spesso vaghe e non precisate.
Quanto agli stili, come si può osservare lungo il percorso espositivo, si va da un accattivante figurativismo (la Gita di Henri-Edmond Cross) all’essenzialità astratta di Vantongerlo ( Senza titolo) e di alcuni rappresentanti del costruttivismo russo. In ossequio a una idea base di questi gruppi auspicante un sempre maggior ritorno alla manualità dell’artigianato, per opporsi alla omogeneizzazione del prodotto industriale, si trovano interessanti oggetti di design ,mobili, fotografie quasi a ribadire la consapevolezza che l’arte e il design oltre all’architettura, possono modificare, migliorandolo, il modo di vita delle persone.
Uno dei meriti di questa mostra è quello di non apparire conclusa al suo termine , ma di trasformarsi in un sollecitante invito rivolto al visitatore, di continuarne idealmente il percorso aggiungendovi quei dipinti attinti dal proprio patrimonio culturale capaci di fargli immaginare un mondo ideale , libero e felice .
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