giovedì, Luglio 30, 2026
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“V Subbotu – Innocent Saturday” di Alexander Mindadze

Una rilettura metaforica dell'apocalisse di Chernobyl. Ottimo intento, anche se non riuscito

Berlinale 61. Concorso
È il 26 aprile del 1986, il reattore numero 4 della centrale di Chernobyl esplode (siamo in Ucraina vicino al confine con la Bielorussia).
Valery Kabysh, un giovane funzionario ed ex-batterista si rende conto che qualcosa di molto grave sta accadendo e cerca di fuggire con la fidanzata Vera e i suoi amici musicisti.
Ma gli eventi di quel sabato, non lo lasciano fuggire.

È sabato, l’erba è ancora verde, i bambini giocano all’aperto, la gente è fuori a fare shopping, in un locale si sta celebrando un matrimonio.

In quel trambusto di un weekend spensierato, ogni tentativo di fuggire diventa una condannata.
Un passaporto smarrito, un tacco rotto, un treno perso … Un matrimonio che richiede musica allegra fino alla fine. Vera canta e balla spensierata, i musicisti suonano, e Valery deve ritornare alle percussioni per sostituire un batterista ubriaco.
Il sabato passa, gli invitati al matrimonio sono ubriachi, la festa continua.
Ma anche quando la banda di Valery sa cosa sta realmente accadendo, continuano a festeggiare. Un altro vodka, un’altra bottiglia di vino! Che altro possono fare se non continuare a vivere, essere felici e godersi il momento.

Innocent Saturday (V Subbotu), per la regia di uno dei più apprezzati sceneggiatori e registi russi, Alexander Mindadze, arriva in concorso al 61 Festival di Berlino.
Mindadze, come ci racconta, ha da sempre voluto realizzare un film sulla catastrofe di Chernobyl, focalizzandosi sulle vite e i sentimenti delle persone al momento di quell’apocalisse. Il suo intento è stato quello di voler dirigere un film metaforico sulla catastrofe di Chernobyl, dal momento che è sempre stato ossessionato dalla domanda “perché la gente, le persone non fuggirono da quelle città?”.

Il regista ha voluto rendere visibile quel feroce nemico invisibile (la catastrofe vuole essere un personaggio onnipresente, ma invisibile della storia) e attraverso questo film prova a dare delle risposte con la sua telecamera. Ma il dramma vissuto, conosciuto, per questo troppo intimo forse, non riesce a estricarsi, rimanendo impigliato in una telecamera a mano che gira ossessiva.
Come si diceva, la risposta che il Mindadze fornisce sembra essere costruita più per lui, che per fornire un documento di consapevolezza al pubblico e alla storia.

Un film di Shane Meadows.
Con Paddy Considine, Gary Stretch, Jo Hartley, Toby Kebbell
Titolo originale Dead Man’s Shoes.
Drammatico, durata 90 min. –
Gran Bretagna 2004.