Ollivier Hawk è il terzo film di Arthur Franck, e il primo della sezione “Visti da vicino” del BFM 2021 a cui NSC dedicherà qualche riga, archiviato per il momento il focus sul concorso principale, dopo aver speso qualche articolo sui film forse più interessanti del lotto.
Ollivier Hawk è anche il protagonista del film eponimo – ovviamente. O meglio, il suo nome sarebbe Olavi Hakasalo, ma il personaggio che interpreta e di cui il film racconta (la veste è quella di un’opera non-fiction, a metà strada tra documentario e mystery), è l’ipnotista che porta questo nome d’arte.
Ollivier Hawk è quindi un’ipnotista oscuro, misterioso, che ambisce a diventare un influente personaggio politico, estendendo la sua capacità di alterare la coscienza agli agglomerati di persone: se è possibile manipolare una persona, infatti, perché non dovrebbe essere lo stesso con le masse? Perché, ad esempio, sociologicamente la massa è qualcosa di diverso dalla semplice somma degli individui che la compongono, direbbe, semplificando, Canetti, ma questo è un altro discorso.
Arthur Franck approccia questa sua opera, di fatto, come un divertissement del manierismo: d’altronde il soggetto è un’ipnotista, una persona che conduce la mente altrui verso certe direzioni e riesce a confondere il vero con il falso fino a quando le due cose diventano un tutt’uno indistinguibile; quindi risulta particolarmente affascinante strutturare la narrazione con un piglio “ipnotico”. Ci vengono date poche informazioni sulla vita di questo strambo personaggio, un po’ reali, un po’ inventate dallo stesso Hakasalo/Hawk per i propri fini, un po’ inventate direttamente dal regista per il medesimo motivo, senza sapere in quale categoria collocare le une o le altre in quanto abilmente mescolate. Ma Arthur Franck segue particolarmente la fase centrale e più importante della vita dell’ipnotista, quella che precede il balzo (tentato) nel mondo politico.
Il film si divide in due tronconi principali. Il primo: Hawk e l’evoluzione della sue abilità fino a quando non assurge allo stato di superstar, celebrità del suo tempo; il secondo: lo spasmo per il riconoscimento a un livello più alto, l’ambizione per diventare un’arma del consenso, un manipolatore degli eventi (con annesso misero fallimento). Il protagonista appare come un uomo ossessionato da un certo tipo di successo, irrimediabilmente teso a perseguire un obiettivo irraggiungibile, in grado di ingannare tanto gli altri quanto se stesso – quando uno dei suoi trucchi fallisce si crea una realtà parallela nella quale tutto ha funzionato a meraviglia -, felice solo nel momento in cui ha il completo controllo su un’altra persona, umiliandola, possedendola.
Un narcisista da manuale, sembra, e difatti il regista rubacchia un po’ di espedienti (analessi, richiami, citazioni) da Quarto potere. Hawk è un Kane del discount, sostanzialmente. La storia del cinema è piena di queste figure, e fin qui nulla di nuovo. Quello che rende Ollivier Hawk (l’opera) un prodotto interessante è la mise scelta per portarlo in scena: il tono sordido, i continui chiaroscuri, l’audio disturbato e sferzato da una colonna sonora rumoristica (suoni di macchina da scrivere, di carte e penna, melliflue voci fuori campo) sono un tentativo di “ipnotizzare” lo spettatore, facendolo sprofondare in una sorta di riproduzione cinematografica dello stato catalettico in cui cadono le vittime del gioco di Hawk. Gioco è anche quello del regista, un jeu formel che si diverte a sovrapporre l’oggetto della sua narrazione con l’involucro che la custodisce: le voci fuori campo parlano allo spettatore come a volerlo trascinare in uno stato catatonico, pendoli dondolano a tutto schermo e via andare, in una raffinata burla artificiosa, ma divertente. Esattamente come uno spettacolo di magia ben riuscito, intrattiene anche se ben si sa che è tutta finzione.
Nella seconda parte invece questo ritratto consapevolmente frivolo e compiaciuto perde in mordente, concentrandosi sulla politica finlandese nel bel mezzo della fase cruciale della guerra fredda attraverso la figura di Hawk. Sarà anche per ignoranza dello scrivente – che ben poco conosce della storia della Finlandia nelle vicende europee – ma in quell’ultimo frangente, prima del coup de théâtre finale, Franck si abbandona a una serie di considerazioni che un po’ rompono l’illusione che si era venuta a creare, un po’ sembrano girare un po’ a vuoto cercando di attribuire ad aventi marginali della periferia europea un valore storico francamente irricevibile. Ma se si ignorano questi afflati didascalici in dirittura d’arrivo, Olliver Hawk resta un film di notevole delicatezza da guardare senza troppe pretese, abbandonando la smania di capire cosa è vero e cosa è artato, e divertendosi invece a notare tutti i possibili trucchi nello svolgimento dello spettacolo, proprio come un’esibizione di prestidigitazione.






